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Non saprei dire. Ho una canzone in testa (“Messico e Nuvole”  di Enzo Jannacci, ma il testo è di Paolo Conte: “… questo è un amore di contrabbando – meglio star qui seduto a guardare il cielo – davanti a me – Messico e nuvole – la faccia triste dell’America – il vento soffia la sua armonica – e voglia di piangere ho …”). Forse perché sono cominciati i mondiali di calcio (a proposito, Russia 5 – Arabia Saudita 0, complimenti ai padroni di casa e peccato non esserci …). Oppure perché mi sono capitati in mano due romanzi diversi, diversissimi tra loro, ma che entrano di diritto, entrambi, in quel filone di realismo magico (così vengono definiti quei romanzi in cui gli elementi magici appaiono in un conteso altrimenti realistico) che, erroneamente, viene fatto risalire alla pubblicazione, nel 1967, di “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez anche se, analizzando i testi e gli stilemi (la letteratura da realismo magico contiene un elemento magico e sovrannaturale, elemento che può essere intuito ma mai spiegato mentre i personaggi accettano di mettere in questione la logica dell’elemento magico esibendo una ricchezza di dettagli sensoriali, distorsioni temporali, inversioni, ciclicità o assenza di temporalità mentre, magari, il tempo collassa in modo da creare un’ambientazione in cui il presente si ripete o richiama il passato incorporando leggenda e folklore ecc …), si possono trovare toni di realismo magico ante litteram già nei racconti di E.T.A.Hoffmann in cui l’elemento soprannaturale emerge insospettato nelle pieghe della vita di tutti i giorni.

Tornando a noi, i due romanzi sono “Pedro Paramo” di Juan Rulfo pubblicato nel 1955 e “Il gringo vecchio” di Carlos Fuentes datato 1985 e da cui nel 1989 Luis Puenzo trasse un omonimo film interpretato da Gregory Peck, Jane Fonda e Jimmy Smits (anche dal romanzo di Rulfo venne tratto nel 1966 un omonimo film con la regia di Carlos Velo e la sceneggiatura di Carlos Fuentes e  Garcia Marquez, purtroppo introvabile in Italia).

Le trame di entrambi, come intuibile, sono incentrate sulla storia, l’identità e la condizione messicane, analizzando, in maniera picaresca ed affidandosi ad uno stile ampiamente riconoscibile e determinato, la nascita stessa dello stato messicano attraverso il racconto dei soprusi dei ricchi colonizzatori, delle miserevoli condizioni degli indigeni sfruttati, della corruzione del potere e della complice connivenza della chiesa.

Da un punto di vista di tecnica letteraria, la scrittura è quella che è, simile cioè e riconducibile a quella che conosciamo fin dai tempi del grande boom della letteratura latino americana dell’ultimo ventennio del secolo scorso. Sarà per la traduzione (l’edizione del romanzo di Fuentes è del 2015), “Il gringo vecchio” lascia un senso spiccato di deja-vu letterario che, alla lunga può diventare fastidioso (quando scrivevo, già una trentina d’anni fa scrivevo racconti così, usando gli stessi stilemi. Certo, avevo letto Marquez e Amado e Cortazar e quindi leggere adesso Fuentes … Probabilmente, avessi letto allora Fuentes ed ora Marquez e compagnia scrivente direi le stesse cose invertite; quello che rimane, però, quello che voglio dire, è che la scrittura, questa scrittura, anche se forse dovrei dire questa traduzione, non regala  nulla, non emozioni, non stupore, non magia, ma solo stanchezza e ripetitività). Allitterazioni, ripetizioni, metafore, allegorie, assonanze e chi più ne riconosce … , la fanno da padrone in un crescendo di barocchismo letterario elegante, complesso e pastoso che, però, traslando in ambito gustativo, alla fine lappa (per dire: il barocco leccese, la Basilica di Santa Croce, il Duomo, il Palazzo dei Celestini, sono opere immaginifiche, stupefacenti, irrealmente materiche, mirabilmente fantastiche. Eppure, vista una, vista due, vista tre, viste tutte, ad un certo punto viene la voglia, il bisogno, la necessità di scappare a Ruvo, entrare nella concattedrale di SantaMariaAssunta e perdersi, o ritrovarsi, nel romanico più puro e rigoroso che si possa immaginare).

Tutt’altro discorso, anche qui sarà a causa dell’edizione che in questo caso è del 1960, quello che si può fare per il romanzo di Rulfo.

Certo, anche qui ci sono morti che parlano, postini defunti che continuano a consegnare plichi, vecchie signore in contatto con un mondo che non c’è più o forse mai c’è stato. E anche in questo caso, metafore, assonanze, ripetizioni, allitterazioni. Ma è proprio la scrittura, un scrittura assai debitrice del ritmo, delle parole, delle costruzioni sintattiche proprie degli anni ’60 a dare valore, forza, interesse, fascinazione al testo. Una traduzione che, indulgendo nel processo di storicizzazione, spiega esaustivamente come e perché questo testo possa essere stato fonte di ispirazione per tutta la letteratura sudamericana del periodo a partire proprio da quel Marquez che fece suo un paragrafo del “Paramo” (“… molti anni dopo padre Renteria si sarebbe ricordato della notte in cui …”) per l’incipit del suo “Cent’anni di solitudine” (“… molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Bunedia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio …”).

“… Messico e nuvole, il tempo passa con l’America, il vento insiste con l’armonica, che voglia di piangere ho …”.

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