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Michael Connelly ci da un “Passaggio” verso le vacanze

Estate. Tempo di ombrellone, spiaggia rovente, piña colada, lunghe nuotate al largo e romanzi gialli. Se poi siete per abetaie e cascate, bastoni da trekking e pedule, il risultato non cambia. Una volta arrivati al rifugio, un bel libro giallo è il miglior compagno.

Questo nell’immaginario collettivo, almeno. Perché poi è vero, c’è anche chi non ama il genere, ma, soprattutto in estate, una trasgressione alle proprie monolitiche convinzioni è più facile permettersela. Anche perché, vero, ci sono gialli e gialli e alcuni sono, sicuramente, più colorati di altri.

Michael Connelly (curioso personaggio: nato in Florida, ingegnere, appena assunto come giornalista criminologo dal LosAngelesTime, riesce a comprare la casa, vera, un avveniristico attico su palafitta raggiungibile solo con un panoramicissimo ascensore, che fu di Philip Marlowe nel più straziante film tratto da un romanzo a lui dedicato, “Il lungo addio” di Robert Altman con protagonista Elliott Gould), ad esempio, è il classico produttore seriale di blockbuster editoriali. Merito dei suoi due personaggi principi, soprattutto: Hieronymus “Harry” Bosch e Michael “Mickey” Haller. Detective del LAPD il primo, avvocato penalista il secondo, sono entrambi protagonisti di due serie distinte di romanzi che li riguardano anche se, in alcuni casi, le loro strade sono destinate ad intrecciarsi. Anche perché i due, Harry (sarà un caso che si chiami come il dirty Harry di eastwoodiana memoria?) e Mickey sono fratellastri e anche se si trovano ad agire nella sterminata LosAngeles …

È il caso di questo “Il passaggio”, diciottesimo romanzo nella serie dedicata a Hieronymus Bosch (non vi state sbagliando, si chiama proprio così, come il pittore olandese).

Un diciottesimo romanzo in cui troviamo un Harry Bosch in pensione (in realtà forzata) che per la prima volta nella sua vita non dovrebbe più occuparsi di indagare, accumulare lentamente prove e alla fine fermare il criminale di turno. Dovrebbe, abbiamo scritto. Perché infatti ben presto si troverà nuovamente invischiato nella sua vita di sempre, solo dalla parte non più garantita di chi porta un distintivo, ma da quella avversata da chi, appunto indaga per l’accusa, quella del difensore di un accusato. E sarà stato proprio il fratellastro Mickey Haller a coinvolgerlo: un suo cliente (un ragazzo nero ex membro di una gang) ritenuto colpevole dell’assassinio di una donna (una funzionaria di alto livello a Los Angeles), sta per essere processato per omicidio e questa combinazione (accusato nero e delinquente, vittima bianca e donna) rende il caso ancor più esplosivo.

Al di là degli stereotipi narrativi del genere hard boiled, Connelly è particolarmente attento a far emergere l’evoluzione psicologica dei suoi protagonisti, differenziandosi in tal modo dalla stragrande maggioranza dei suoi colleghi ed epigoni intenti solo a dar prova di adrenalico machismo letterario.

 

Dal libro Debito di sangue è stato tratto l’omonimo film diretto da Clint Eastwood. Con molta ironia lo scrittore nel successivo romanzo Il poeta è tornato ha fatto commentare causticamente il film ai suoi stessi personaggi in un piacevole intreccio tra realtà e finzione

 

Terrell “Terry” McCaleb ex agente FBI ed ex amico di Bosch;

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