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“Miraggio 1938” di Kjell Westö, e “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino

Una doverosa premessa è necessaria.

Non amo nulla o quasi gli scrittori scandinavi, specie se giallisti. Questione di sensibilità, forse (parola, sensibilità, che qui uso per sottolineare una differente empatia nei confronti del mondo), o più semplicemente il riconoscere nelle loro storie (a metà tra la complessità, è ironico chiaro, seguendone la medesima trita scaletta invariabilmente identica, del plot delle storielle di Jessica la “Signora in giallo” Fletcher  e la inverosimiglianza delle stesse che prevede, in una comunità ristretta come, ad esempio, CabotCove, località inventata del puritano e kennediano nord/ovest statunitense e covo della suddetta Signora, una densità di delitti superiore perfino a quella di Bogotà o Medellin o Tijuana al tempo delle guerre tra i cartelli della droga) una scrittura dirompente, frizzante, compulsiva, empatica, affascinante, ineludibile come le chiacchiere di quattro attempate signore, o signori, affette, o affetti, da disturbi della memoria. Allo stesso modo non mi piacciono, anche se, chiaro, i motivi sono alquanto dissimili, le giovani/i giovani scrittrici/scrittori italiani, specie se troppo giovani per scrivere ciò di cui scrivono, spesse volte perché troppo, troppo tronfi e pieni di sé da pensare che le loro giovani e per necessità vuote (di accadimenti fondanti) vite possano essere di qualunque interesse per chiunque (chi, malevolo, ci legge Scurati, LaGioia, Murgia, tra gli altri, vincerebbe, fosse questo un quiz a premi, la canonica bambolina di pezza).

Potrebbe quindi sembrare strano che, contraddicendo quanto appena sopra e troppo a lungo raccontato, i libri di oggi siano “Miraggio 1938” del finlandese Kjell Westö, e “Le assaggiatrici” della giovane (classe ’78, beata lei) calabra Rosella Postorino. Strano se non si tenesse conto della già raccontata passione che sconfina nella necessità per racconti storicamente accurati che possano o far scattare un clic di curiosità che induca ad approfondire situazioni, storie, periodi altrimenti taciuti (Il romanzo di Westö; oppure concludere da essi stessi la narrazione , lasciando, ovvio, ampi spazi ad una successiva documentazione, ma rivelandosi comunque esaustivi per una prima presa di conoscienza (conoscenza mista a coscienza, n.d.r.) che può anche ritenersi conclusiva. Due libri, quindi. Due romanzi, profondamente diversi tra loro anche se simili per molti versi.

Innanzi tutto, come anticipato, l’epoca storica in cui sono ambientati (il 1938, come da titolo) per il romanzo di Westö, gli ultimi anni del Reich, quelli della follia suprema della Wolfsschanze, la famigerata tana del lupo hitleriana, quelli dell’utopia del barone Von Stauffebbergh, quelli della grande paura dell’orco russo (e cioè il periodo che va dal giugno ’41 al novembre ’44, dunque) per il romanzo (bello, bellissimo tanto vale dirlo subito) della Postorino.

Eppoi le protagoniste, entrambe donne, entrambe segretarie, entrambe donne che si portano, o porteranno, dietro un segreto. Ma nel romanzo scandinavo la storia, a lungo preminente, della enigmatica e a suo modo affascinante Matilda Wiik segretaria dell’avvocato Klobbel Thune ancora innamorato della moglie fedifraga Gabi e diviso per questo all’affetto del libertino amico medico Robi Lindemark toglie spazio e contenuti (solo accenni che però possono appunto invogliare all’approfondimento) alla storia, terribile e sconosciuta della Finlandia moderna. Un paese che fino a metà ‘800 faceva parte del grande regno svedese per poi diventare, in seguito alla sconfitta nella guerra russo/svedese, un granducato dell’impero zarista e che a fine prima guerra mondiale fu squassato da una guerra civile violenta tra una parte bianca di popolazione ancora di lingua svedese (la minoranza che deteneva il potere) fortemente appoggiata dall’interessato vicino tedesco (per dire, Il 21 giugno ’38, nella Finlandia che si preparava a ospitare i giochi olimpici del 1940, la gara per il campionato nazionale dei 100 metri fui vinta da Abraham Tokazier. Nella classifica ufficiale fu però classificato al 4° posto: la Finlandia non voleva offendere gli amici tedeschi presenti in tribuna premiando un ebreo) ed una rossa russofila; una guerra civile che terminò con fucilazioni di massa, campi di concentramento, fosse comuni (ricorda qualcosa?) facendo più di 300.000 vittime (la maggior parte delle quali per maltrattamenti e denutrizione nei campi di detenazione/sterminio approntati dopo la fine dei combattimenti) su un popolazione di poco più di 6 milioni di abitanti.

Viceversa, nel romanzo della Postorino, la storia è presente, e quanto, ergendosi al ruolo di più importante dei protagonisti. Non fosse esistita, infatti, la Storia, quella con la “S” maiuscola, non esisterebbe la storia, questa con la “s” minuscola, di Rosa Sauer, la berlinese ed elegante impiegata sfollata nella casa di campagna del disperso, in Russia, marito Gregor, una casa di campagna vicina, troppo vicina, alla foresta incantata che ospita l’orco di tutte le leggende, un orco che  ha terrore del mondo, un orco che necessita di qualcuno che lo protegga, un orco che vuole che qualcuno assaggi le pietanze che lui, l’orco, dovrà mangiare, ma solo dopo che “le assaggiatrici” avranno rischiato, per lui, l’avvelenamento. Naturalmente, come d’uopo nelle storie che non sono solo Storia, anche qui ci sarà un risvolto, se non sentimentale, sessuale. In questa storia di resilienza (che brutto termine usato fin troppo a sproposito), infatti, Rosa incontrerà amiche inaspettate (l’altera Elfriede, La leggera Ulla, la sensuale Leni, l’ingenua Albertine) e crudeli avversarie (le invasate Theodora, Gertrude e Sabine), il cuoco generoso Krűmel e il sognatore e martire barone Claus Schenk Von Stauffenbergh, ma soprattutto incontrerà, anche se incontrare è forse un termine inappropriato, il tenebroso, spietato, gelido, affamato ed affamatore Obersturmfűhrer Albert Ziegler. La loro storia (che ricalca così tanto i malati rapporti tra carnefice e vittima, carnefici e vittime che possono scambiarsi di continuo il ruolo) ne ricorda tante, già viste o lette (solo per fermarsi ai film, la scelta, ed i ricordi, sono tanti, da “Il portiere di notte” della Cavani a “La morte e la fanciulla” di Polansky). Il nocciolo, però, della questione è se sia o no condivisibile o giustificabile accettare qualunque compromesso, assoggettarsi a qualsiasi umiliazione, annullando il se stesso più profondo, prevaricando la propria stessa essenza, scostandosi in maniera definitiva dalla propria (siamo in Germania, no?) weltanschauung (e sempre restando ai film, non può non venire in mente “La scelta di Sofia”).

La risposta, la risposta dell’autrice, come ben si conviene ad un romanzo di suspence (ne è piena, questa storia, di suspence) non può che essere disvelata nelle ultime pagine, quando Rosa … (ma non raccontiamo altro per non togliere il piacere, e lo struggimento, della scoperta).

Infine, una nota sulle copertine dei due romanzi. Se quella del “Miraggio” (“The defensor of virtue” di Jack Vettriano) rispecchia pienamente il senso del libro sia riportandoci al tempo sia ai contenuti raccontati, quella delle “Assaggiatrici” riporta inquietantemente a quelle della saga delle sfumature sulla falsariga di quelle dei Segretissimo di Gérard de Villiers e dei suoi romanzi sulla SAS dove immagini di donnine nude e vagamente esotiche promettono molto di ciò che non viene mantenuto (ma che almeno rispecchiano un gioco, ironico, di rimandi e al contempo una dichiarazione, orgogliosa, di appartenenza). Nulla di simile, ovvio, in questo ma quel ritratto di donna in parte celato dalle ali di una farfalla, risulta stupido, fuorviante e, quel che è peggio, banalizzante (della serie quando si vorrebbe consigliare alle case editrici di porre maggior cura ed interesse alle opere che si stampano).

Un’ultima, e davvero infine, riflessione cattivella sulla ormai assurta a star Postorino. Ѐ notizia di una decina di giorni fa, infatti, la sua vittoria al Campiello. Ciò però, l’aver vinto un qualunque premio letterario (che spesso, troppo spesso, non dimentichiamolo anche se non è certo questo il caso, è merito più della politica della propria casa editrice che della qualità reale del libro) non giustifica la frase che identifica l’intervista rilasciata a “Repubblica” il 17 settembre “… ho vinto il Campiello grazie alle donne lettrici … al contrario degli uomini, scelgono i libri senza badare al genere dell’autore … sono un antidoto ai pregiudizi …”. Una dichiarazione (seppur inserita in un discorso più ampio e che così enfaticamente è stata riportata solo per motivi, risaputi, di visibilità) stupida, sessista ed autolimitante che rinchiude la stessa Postorino, e il suo bel libro, all’interno di una gabbia da lei stessa creata.

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