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Monogrammi, simboli, rebus e una firma misteriosa

Si sa che i dipinti si vedono meglio a qualche passo di distanza per coglierne al meglio la composizione, la pienezza della tavolozza e in fin dei conti per capire ciò che rappresentano. C’è un  elemento però che ci costringe a fare due passi avanti e aguzzare la vista: la firma dell’artista. Quando c’è, naturalmente e quando siamo in grado di riconoscerla come tale.  Ma in quanti e quali modi possiamo trovare come l’artista ha inteso tramandare il proprio nome? Le possibilità sono infinite: eccovi una carrellata che ne prende in esame alcune tra consuete e curiose.

Vitale da Bologna, san Giorgio e il drago

Cominciamo con un dipinto che abbiamo già visto nella nostra scorsa passeggiata in Pinacoteca: è San Giorgio e il Drago di Vitale degli Equi detto Vitale da Bologna. Sulla culatta del cavallo, animale che si associa al cognome del pittore, compare  un intreccio di lettere che compongono il nome di battesimo del pittore, Vitalis. E’ un monogramma, cioè un modo figurato per riportare un nome proprio usando lettere tra loro intrecciate o sovrapposte in maniera armonica e allo stesso tempo significativa.

Uno dei monogrammi più famosi è quello utilizzato da Albrecht Dürer. Per esempio nell’ Autoritratto con i guanti del 1498 egli si raffigura come un

Albrecht Durer, autoritratto con i guanti

gentiluomo elegante, il naso importante, la ricca capigliatura e, incise sul muro accanto alla figura, le parole “Das malt ich nach meiner gestalt / Ich war sex und zwenzig Jor alt / Albrecht Dürer” (Ho dipinto secondo le mie sembianze quando avevo ventisei anni. Albrecht Dürer) e sotto a tutto le lettere “AD” sovrapposte, che caratterizzano quasi tutte le sue opere, incisioni comprese.

La firma che Johannes Van Eyck tracciò sopra lo specchio convesso che si trova al centro del ritratto dei Coniugi Arnolfini è forse una delle più celebrate della storia dell’arte: con grafia elegante il pittore riporta nome e data d’esecuzione dell’opera (1434) ma quasi a siglare ulteriormente il dipinto, al centro dello specchio s’intravvedono due figure ed è legittimo pensare che una sia proprio quella di Van Eyck che ritrae se stesso dallo stesso punto di vista adottato per dipingere la scena. Le parole utilizzate per firmare il dipinto “Johannes de Eyck fuit hic” (Johan Van Eyck è stato qui) suonano quasi a conferma.

Dopo questo giro al Nord Europa torniamo più vicino e scegliamo la firma di un pittore bolognese, Bartolomeo Passerotti. Non accontentandosi di una sigla o di un monogramma sceglie un modo curioso per firmarsi: dipinge un passerotto in un angolo del quadro a richiamare il proprio cognome. Nella grande pala in san Giacomo maggiore, l’uccellino compare in basso a sinistra, accanto ai simboli di Sant’Antonio Abate.

Dosso Dossi, San Gerolamo

Molto particolare la scelta del ferrarese Dosso Dossi che nel dipinto con San Gerolamo del 1655, si firma utilizzando un rebus, dove la grande D rovesciata a terra è attraversata da un osso. Una scelta che rivela la propensione intellettuale al gioco colto e divertito.

Ma dalla chiave combinatoria del monogramma a quella più divertente dei simboli e dei rebus finiamo con una nota drammatica: la firma che Michelangelo Merisi da Caravaggio appone alla sua Decollazione del Battista dipinta per la cattedrale di Malta nel 1608. Nella cella buia di una prigione, il Battista giace a terra mentre il boia gli taglia la testa. Il fiotto di sangue che si riversa a terra dalla ferita, scorrendo sul pavimento, verga il nome dell’artista, Michelangelo.

Il segno di una premonizione che di lì a poco si trasformerà in dramma quando nel 1609,  Caravaggio, solo, disperato, di ritorno a Napoli, viene sfregiato in volto durante una rissa, per poi morire a Porto Ercole, assalito forse da febbri malariche e tormentato dal desiderio di rientrare a Roma.

Le Muse che sostano in questo corridoio sono spesso dispettose e così mi suggeriscono di lasciarvi con una firma misteriosa… io sono sicura che ognuno di voi saprà riconoscerla e se per caso non fosse… la soluzione alla prossima volta. Sempre che le Muse me lo permettano.

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria