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Quanti libri sono stati scritti per descrivere pregi e difetti del modello occidentale? Moltissimi. E quante lotte di idee e di armi ci sono state per conquistare quella democrazia di cui andiamo così orgogliosi? Di più. Ogni tanto però viene da chiedersi se i risultati sono acquisiti oppure se il tempo non ha cambiato il valore ed il senso alle parole.

Capita allora che ancora una volta la cronaca ci ricorda che le conquiste vanno difese. La storia invece da sempre ci insegna che un buon modo per difendere i traguardi raggiunti è quello di non abusarne, né di darli per scontati.

Un caso di attualità è il valore dello sciopero come forma di protesta a difesa di un diritto sancito o rivendicato. Negli anni ’70 non passava settimana senza uno o due scioperi. Essi erano più frequenti delle uscite in edicola di Topolino. L’abuso del mezzo ha fatto sì che dagli anni 80 e fino ad oggi, lo sciopero ha assunto nell’immaginario collettivo della società post industriale, una connotazione dubbia, non di rado lo sciopero è stato inteso come utile protesi del week end. Se questo spettacolo lo vedessero i nostri antenati di fine ottocento ci prenderebbero a schiaffi per aver sprecato tanto del valore di una conquista che costò un prezzo altissimo. Così può succedere che nell’Italia del 2017 i dipendenti di una multinazionale dell’e-commerce scioperino per le loro condizioni di lavoro nell’indifferenza più o meno generale. Può succedere anche che nella stessa indifferenza gli scioperanti siano sostituiti da lavoratori interinali. Poveri disgraziati anche questi ultimi, esattamente come i vituperati crumiri di fine ottocento. Quello che è cambiato nel tempo è la sensibilità ai fatti e di conseguenza, la disponibilità all’accettazione da parte degli italiani, di questi fatti stessi. La storia intanto se la ride.

Un altro caso su cui riflettere? Pare che l’azienda della mela elettronica abbia accantonato una cifra pari o superiore a 250 miliardi di dollari nel paradiso fiscale di Jersey, isola del Canale della Manica. Nessuno scalpore. Nessun titolone. Una notizia di un giorno e finita lì. Reazioni nemmeno lontanamente rapportate alle cifre di cui si parla. Apple sul punto si difende e dice che i sistemi fiscali sono così complicati che occorrerebbe renderli più semplici. Insomma, diciamolo! A questo mondo è più semplice progettare l’iPhone del futuro che pagare le tasse. Considerazioni a parte, ce n’è per fare riflettere tutti e non solo chi fa il ragioniere. Si perché dopotutto la sproporzione tra i problemi di tanta parte dell’umanità e la disponibilità finanziaria immobilizzata da quest’azienda è tale da mettere in dubbio che esista la democrazia, così come ce l’eravamo immaginata.

La società che avevamo in mente non era quella sovietica dove nessuna Apple avrebbe mai visto la luce, ma nemmeno questa. Era una società democratica, cioè oltre che in grado di garantire l’espressione di tutti, anche tesa ad equilibrare i rapporti economici tra i cittadini nell’intento di permettere a tutti un equo accesso alle possibilità, a cominciare da abitazione, istruzione e salute. Una società che dava a tutte le aziende la possibilità ed il sostegno per crescere e di arricchirsi. Una politica che, pur con declinazioni diverse, chiedeva a queste stesse aziende di contribuire proporzionalmente alla tutela dei diritti di cittadinanza.

In teoria sarebbero ancora queste poche e chiare regole di principio condivise a costituire quel campo di gioco su cui si dovrebbe svolgere il confronto democratico. Chi ne sta fuori, chi boicotta, chi evade, dovrebbe essere condannato, se non dal tribunale, almeno dalla società, moralmente.  Qui mi sa che non accadrà niente del genere. Parliamo molto di più delle ultime mirabolanti funzioni contenute nel prossimo smartphone. Non è sbagliato, ci mancherebbe, solo uno sciocco lo penserebbe. E’ solo la constatazione che nel rumore vuoto dell’informazione moderna, tutto, buono o cattivo che sia, si trita e sparisce nel giro di pochi istanti, per lasciare spazio ad altre “news”.

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