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No grazie, il lavoro mi rende nervoso

Io ho una cerchia di amici, e conoscenti più o meno intimi, “piuttosto abbondante”. Trentenni, anno più anno meno, lavoratori precari, lavoratori stabili ma non troppo, sposati, single, genitori e quelli che “un figlio mai nella vita”.

Di questi un numero che potremmo definire considerevole è in psicoterapia.

Di questi un numero altrettanto considerevole fa uso quotidiano di psicofarmaci.

Di questi, e in parte anche dei precedenti, un numero che potremmo definire addirittura corposo fa uso quotidiano di alcol e – o – sostanze psicotrope di natura illegale.

C’è nella cerchia qualcuno che non rientra in nessuna delle tre categorie ma, vi prego di fidarvi, sono gli stessi a cui ho dato da tempo il numero della mia adorata psicologa.

Dunque un’intera generazione di giovani-non giovani che da soli non ce la fanno e si affidano a questo o quello per sentirsi meglio, a volte migliori, o comunque diciamocelo, non così di merda.

Se la depressione è stato il male oscuro della “Generazione X” degli anni ’90, cresciuti a suon di Nirvana, camicie a quadri, le prime morti per eroina e “Trainspotting”, la generazione successiva – i nati negli anni ’80 e divenuti grandi nei 2000 – l’hanno chiamata “Generazione Y”.
Caratteristiche: giovani cresciuti nella frenetica rivoluzione digitale, con perdita di interesse nei confronti di ideali politici e sociali (altro che sessantottini!), globalizzazione, identità individuale schiacciata da una dimensione troppo vaga del mondo globale, incapacità di credere in un futuro prossimo e sentirsi in grado di costruirlo. Ansia, fortissimo e viralissimo male, la patologia della Generazione Y.

Dal dizionario: affannosa agitazione interiore provocata da bramosia o da incertezza.
Incertezza, appunto.

La recente indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa pubblicata dalla Commissione ci ha risollevato il morale: l’Italia è il paese nel quale è più alto il numero di giovani tra i 20 e i 34 anni che né studiano, né lavorano, né sono in formazione. I NEET, appunto.
Tutti coloro che, invece, riescono ad entrare nel mercato del lavoro hanno contratti precari, atipici, occasionali e tutto ciò che sappiamo.

Ansia? Sì, ansia.

A Bologna – come probabilmente in tutto il resto d’Italia – un lavoratore che vuole prendere una casa in affitto, il più delle volte deve presentare al proprietario la busta paga e un contratto di lavoro stabile al punto che il proprietario possa dormire sogni tranquilli. In assenza di questo, il giovane lavoratore digita il numero di telefono di casa e chiede ai genitori di garantire per sé, solo per avere un tetto sulla testa.
Poi ci sono le caparre, solitamente un paio, che il giovane difficilmente riuscirà a pagare d’un colpo e quindi grazie mamma e papà per avermi permesso di accedere ai vostri risparmi.

Un’adolescenza che si protrae fino ai 40 anni, insomma.

E poi a 30 anni sei nato in piena rivoluzione digitale e, in quanto nativo digitale, devi abituarti ai ritmi del web. Quel tool di Google di cui non si può fare a meno, quella nuova funzione di Facebook che ti fa il caffè tutte le mattine, quel nuovo modo di acquistare on line che se non ti piace chi se ne frega, toh riprenditelo. Le professioni del web in cui tutti, più o meno improvvisati, si sono cimentati. Social Media Manager, Content Editor, Seo Specialist, Google Analyzer e bla bla bla. Una rincorsa, e che affanni, a cercare di diventare una di queste cose qua anche con una laurea in filosofia.

“Non riuscirò a trovare niente con la mia laurea, tanto vale buttarsi sul web, pare che funzioni”.

La scena è pressoché la stessa per tutti.

Piacere, Patrizio Ansaldi, user experience designer”.

Me cojoni, bello! Ma perché lo fai?

Perché non avevo niente da fare”.

…Psicologia no, eh??

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