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No, non ho detto gioia, ma nemmeno noia

Siamo amiche da tredici anni io e Flavia. Amiche sin dai primi giorni dell’università, siamo state spensierate diciannovenni che salutano la mamma e il papà e corrono a Bologna per studiare. Sì, per studiare, ma non solo. Per innamorarci, per fare cose, per andare ai concerti, per non sentirci pigre, per le nottate di bagordi, per il non dover dare spiegazioni, per poter tornare al paesello e sfoggiare con orgoglio la maglia dei Ramones e dire a tutti “sì, l’ho comprata in Montagnola”, per i pasti senza orario, per quel senso di libertà che la città più giovane d’Italia era in grado di garantirci.
Lei dal nord, io dal sud, abbiamo fatto tutto ciò che ci eravamo prefissate a 19 anni, quando con la valigia in mano siamo salite su un treno che ci avrebbe portate a Bologna. Oggi a 32 anni ci ritroviamo al solito bar, con la solita birra e il nostro discorso inizia con “When I was young”.

A vent’anni credevamo che a trenta saremmo state il risultato di ogni scelta fatta nei dieci anni successivi. Gli studi, la laurea nel minor tempo possibile, le scelte amorose, restare o andare, a volte decidere di tornare da dove si è venuti, o almeno conservare il diritto di provarci.
Tecnicamente avevamo ragione su tutto, quasi tutto. Non avevamo però considerato che a volte la vita si mette di mezzo e tu non puoi fare niente per fermarla.

A vent’anni avevamo già visto “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino, film mediocre che racconta la crisi dei trentenni. In breve: un gruppo di amici prossimi al compimento dei trent’anni riflettono sulle loro vite e si accorgono di avere paura di restare incagliati nelle logiche del lavoro, della famiglia, dei doveri. La vicenda si concentra su Carlo, ventinovenne con un ottimo lavoro, una bella casa e una bellissima fidanzata di nome Giulia da cui aspetta un figlio. Lei pronta alla maternità, lui un eterno Peter Pan. Lui tradisce lei, lei lo scopre e non troppo cordialmente, lo caccia di casa. Lui capisce che ha sbagliato e, a fatica, riesce a riconquistarla.
Epilogo: nasce la bimba, sono una famiglia felice, borghese nel senso più classico del termine, apparentemente serena, belli anzi di più, bellissimi.
Scena finale: lei che fa jogging e incrocia lo sguardo di un bel maschio alfa che le sorride. Il regista ci lascia intendere che anche lei, la bella Giulia vittima del tradimento del redento Carlo, si lascerà andare a chissà quali piaceri e malizie.
Battuta clou del film: “siamo fuori tempo massimo…venti sono pochi, quaranta sono tanti. Adesso è il momento giusto”.

Ora, film a parte, quel ritratto lì di Muccino era esattamente ciò che a vent’anni credevamo che saremmo diventate a trenta.
Un lavoro, una persona con cui vivere, una macchina, l’idea di un mutuo per comprare casa, ottima salute, gli aperitivi con gli amici, le gite fuori porta, la libertà di poter offrire una cena ad un amico, la libertà di poter comprare dei mobili, i weekend al mare, i weekend in montagna, le sere a casa con un buon vino, la possibilità di scegliere il vino, imporre i propri sì e spiegare in tranquillità i propri no. Una vita normale, una vita da trentenni.
Ciò che però non avevamo considerato è che la generazione raccontata da Muccino –  disincantata, tutto sommato benestante e terribilmente annoiata – aveva a che fare con il benessere del 2001, anni in cui con una laurea in mano e una discreta forza di volontà potevi essere un Carlo qualunque che può permettersi il lusso di annoiarsi.

Noi, ci diciamo sempre con Flavia, invece non ci annoiamo mai. Tra l’ennesima ricerca del lavoro, l’ennesimo rapporto andato male e il non poterci permettere una casa tutta nostra, camminiamo sempre sul filo del funambolo. Passo dopo passo, poggiamo con paura un piede dopo l’altro sulla corda tesa, “non guardare mai giù” ci hanno consigliato, fidati della corda e vai avanti.

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