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“Non lasciarmi” – Kazuo Ishiguro

Pensavo davvero non avrei scritto nulla su “Non lasciarmi” il romanzo di Kazuo Ishiguro giudicato dal Time miglior romanzo inglese del 2005 ed inserito dallo stesso nella lista dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005, finalista, sempre nel 2005, al Man Booker Prize, vincitore nel 2006 della 4^ edizione del premio letterario Merck Serono e che, nel 2010, fu trasposto nell’omonimo film diretto da Mark Romanek interpretato da Kiera Knightley, Carey Mulligan e Andrew Garfield. Pensavo non avrei scritto nulla perché a me, diciamolo subito, il romanzo non è piaciuto. Definito (per quel che contano tali improprie classificazioni) da certa critica nell’ambito dei romanzi distopici, o ancor meno a ragione in quelli ucronici (dei primi non presenta l’ambientazione in una futuristica società governata da un oscuro potere opprimente o castrante, tale cioè da poter soggiogare una intera popolazione, mentre dei secondi non risponde alla fondamentale domanda … come sarebbe se … Hitler avesse vinto la guerra, ad esempio), per me, come frettolosamente dichiarato nell’incontro ad esso dedicato nel GdL (Gruppo di Lettura, in questo caso della Biblioteca Borges e a questo punto un piccolo inciso è necessario: chi non conoscesse le attività dei Gruppi di Lettura, dovrebbe frequentarne uno, ne gioverebbe alla sua completezza di lettore trattandosi di un’esperienza difficilmente riscontrabile in altro ambito, molto diversa, ad esempio, di quella che si può vivere parlando e discutendo a volte di un libro con amici di vecchia data; sentire come e quanto uno stesso romanzo o saggio o graphicnovel o … possa suscitare o incentivare pareri così dissimili e discordanti, è davvero una grande avventura che merita essere vissuta, recepita, analizzata e compresa), si riduce a un esempio compiuto e perfetto nella sua forma di quella che può definirsi come fantascienza sociologica o scientifica (usai in realtà il termine improprio di fantascienza del reale o del possibile sottintendendo, appunto, una fantascienza che racconta ciò che potrebbe essere ma non è, non ancora accertatamente almeno). Se torno sull’argomento, allora, è solo perché mi è capitato, nel lungo weekend pasquale, di rivedere due film assai diversi tra loro ma curiosamente incentrati sul medesimo argomento (loro e del romanzo di Ichiguro): il meraviglioso, ancora dopo tanti anni, “Blade Runner” e il visionariamente patinato ”The Island” il cui unico motivo d’interesse, non fosse troppo maschilista il solo pensarlo, potrebbe essere ascritto ad una Scarlett Johansson al culmine del proprio splendore. Tornando a noi, entrambi i film, così come il romanzo, sono incentrati sulla figura di cloni umani (replicanti nel film di Ridley Scott) ideati e realizzati come carne da fatica e/o macello (in “Blade Runner”) o come economico, personale ed indispensabile magazzino ricambi di pezzi (leggasi organi) danneggiati per incuria, avaria, uso, nell’altro film e nel romanzo. Una coincidenza? Io credo alle coincidenze, esistono, la nostra vita quotidiana ne è piena. Ma visto che sotto sotto giallista (per formazione e antico mestiere) lo sono, faccio mio, parafrasandolo, il concetto di Agatha Christie secondo il quale “… un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova …” facendolo diventare “… una coincidenza formata da tre indizi equivalgono ad una prova …”: la prova che  il mio giudizio iniziale era, forse, sbrigativo. È nato così un piccolo gioco, un gioco che riguarda Ishiguro, il suo lavoro, il suo tempo (il tempo, almeno, in cui è stato scritto questo “Non lasciarmi”). Il tutto, sarò sincero, spinto anche dall’interpretazione che dello stesso romanzo ha dato , in un intervento molto pregnante e sentito, Antonio (qualcuno si chiederà chi è Antonio, altro partecipante al GdL; troppo lungo da spiegare, basti sapere che per me Antonio è come il Bonetti berlinese per Dalla, colui che mi riporta, letterariamente parlando, coi piedi per terra e mi pone di fronte alle mie mancanze e manchevolezze spingendomi a superarle). Ed allora (tenendo chiaramente presente come chiunque possa legittimamente leggere qualunque cosa in qualunque cosa stia leggendo, sia esso romanzo, saggio ecc… basta lasciarsi guidare da istinto, sentimento, interesse, sensibilità o altro) ecco che sprofondo nella discussione sociale ed etica, una delle, che governava l’opinione pubblica (intellettuale, scientifica, religiosa, sociale) ad inizio millennio. Siamo in Gran Bretagna, è il 1996 e nasce (per clonazione, ricordiamolo, da una cellula somatica) la pecora Dolly che viene successivamente abbattuta nel 2003 a causa di complicazioni dovute a un’infezione polmonare, patologia frequente in pecore anziane (e con ciò dando in parte ragione a chi sosteneva, la rivista Nature nel 1999, che Dolly potesse essere suscettibile di invecchiamento precoce a causa dei ridotti telomeri delle sue cellule). Due coincidenze, ancora, balzano agli occhi. L’invecchiamento precoce di cui soffrì Dolly è la malattia di cui soffre, qui chiamata morbo di Matusalemme, J.F.Sebastian in “Blade Runner”, e il 1996 è anche l’anno della chiusura dell’ultima Casa Magdalene in Irlanda. Ora, qualcuno ricorderà i film “Magdalene” di Peter Mullan, Leone d’Oro al festival di Venezia del 2002 e “Philomena” di Stephens Frears interpretato da Judy Dench e candidato all’oscar nel 2013 tratto da “The Lost child of Philomena Lee” di Martin Sixsmith del 2009. Per chi non ricorda, o non ha visto, sarà bene spiegare come fino agli anni ’90 in Irlanda, su richiesta delle stesse famiglie di origine, le ragazze madri (ma anche semplicemente le ragazze troppo belle e vistose o troppo brutte e difficilmente accasabili o troppo vivaci, intraprendenti, libere in una parola) e i loro bambini venivano rinchiuse in istituti statali gestiti da ordini religiosi di suore cattoliche chiamati “Mother and baby homes” o “Magdalene Asylum” o anche “Magdalene Laundry”, luoghi in cui le donne lavoravano per purificare i loro peccati (il lavoro principale era il lavaggio del bucato a mano, da cui il nome di Laundry, un lavoro che, venendo svolto gratuitamente dalle giovani madri per un anno, il tempo della gestazione e del parto, prima di essere mandate in Inghilterra, produceva profitti enormi agli istituti) e i bambini quando non morivano per gli stenti e la mancanza di cure (nel 1975 fu trovata una fossa comune contenente 796 piccoli corpi nel giardino della “Casa di St.Mary per mamme e bambini” a Tuam nella contea di Galway gestito dalle suore cattoliche dell’ordine del Bon Secour, ma solo a inizio anni ’90 i poveri resti vennero ricondotte alle condizioni di vita disumane delle Magdalene) venivano dati in adozione illegalmente a famiglie prevalentemente statunitensi dietro compenso e senza il consenso della madri stesse. Quindi, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio abbiamo, da una parte uno scrittore come Ishiguro che (giapponese di origine, arrivato all’età di sei anni nel Regno Unito, laureato in letteratura e filosofia, cittadino britannico avendo rinunciato a quella giapponese, già studente di pianoforte e scrittore di canzoni sulla falsariga dei suoi idoli Dylan e Cohen, illuminato sulla strada della letteratura da Conan Doyle e il suo “Mastino dei baskerville”) è uno scrittore moderno e modernista, attento al mondo che lo circonda, con una spiccata sensibilità nel descrivere, e fare proprie, istanze e utopie e discrasie e nel dare voce ad una critica che vede nelle dicotomie di un mondo e di una società che a una personalità particolarmente sensibile potrebbero anche parere distopiche (la poesia e la tecnologia; la scienza illuminata e futuristica ma anche disumanizzante sintetizzata dalla clonazione, questa nuova tecnologia studiata ed applicata per mero interesse economico contrapposta alla realtà di istituzioni che, ben lungi da assolvere alla propria missione caritatevole istruttiva e socializzante, si rivelano per quello che sono, nulla più di rimasugli dickensiani intrisi di superstizione, neglettitudine e credenze ancestrali; d’altronde, di lui la critica riconosce “… l’apporto alla letteratura inglese introducendo elementi stilistici delle culture d’origine. La sua attenzione ai particolari e alle atmosfere, sempre descritte con infinita cura, ricorda i grandi romanzieri nipponici classici grazie ad una prosa sorvegliatissima, appresa leggendo Cecov ed altri classici europei dell’Ottocento, facendo leva su poetiche metafore cosa che permette … di fissare le speranze e le paure di antieroi quasi sempre incapaci di fare davvero i conti con la realtà, costretti, come sono, a sopravvivere aggrappati a sbiaditi ricordi …”). Dall’altra parte abbiamo invece una situazione che vede rafforzarsi la discussione scientifica sull’eticità del portare avanti e propugnare una scienza che vada oltre i limiti imposti dalla etica, un forte revanscismo sociale che induce un governo troppo miope in passato all’abolizione di strutture e privilegi che affondano le proprie radici e ragioni di essere in un passato dickensiano. Su tutto, forte e ciarliera, le voci popolari, amplificate da una stampa che vede i tabloid di maggior tiratura (The Sun, The Guardian e i vari Daily: Mirror, Mail, Telegraph e Star, giornaletti scandalistici vere e proprie fabbriche di fake-news,  in confronto ai quali i nostri Novella, Chi e tutta la Cairo’s editions tra i quali primeggiano DiPiù, Diva, Giallo, Nuovo paiono trattati di semeiotica) che da anni si sono appropriati della vita delle star più mediatiche, una per tutte, Mick Jagger, raccontandole a volte addirittura come moderni vampiri dediti al ricambio annuale di sangue e di quegli organi che , a causa di una vita troppo dispendiosa ma comunque invidiata, ne necessitino. A questo punto non è difficile, forse solo un po’ fantasioso, azzardare come questa somma di sentimenti, pressioni mediatiche, curiosità e possibilità, abbiano potuto ispirare uno spirito libero nel racconto di una storia che, furbescamente e ambiguamente fantascientifica, strizzasse però l’occhio all’indicibile possibile ed ad un coacervo infarcito di sentimento popolare, rimembranze storiche ed artistiche, istanze sociali, una spruzzata di scientificità scandalosa.

Può quindi essere nato così questo “Non lasciarmi” (per il quale la solita critica attenta e previdente, e non mi stancherò mai di sottolineare quanto è bello che chiunque possa scrivere qualunque cosa interpretando motivazioni, afflati e volontà sconosciute, a volte, allo stesso autore, affermò come “… nel nuovo secolo il narratore si apre, almeno in apparenza, alla dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomode domande poste dagli inarrestabili progressi dell’ingegneria genetica …”).

Finisce qui, avendo ampiamente fatto uso dello stesso criterio che poco sopra ho imputato alla tanto deprecata e deprecabile critica letteraria, avendo cioè giocato ad immaginare le motivazioni alla base del lavoro di Ishiguro, il mio gioco (un gioco che, non avessi avuto voglia di giocarlo, non mi avrebbe permesso di scrivere di quello di cui mai avrei avuto voglia, o motivo, di scrivere). Un gioco che trovo interessante, ora che il divertimento della ricerca e della composizione di un puzzle probabilmente inesistente è terminato, quasi solo per il punto d’arrivo discrasico rispetto a quello dello scritto di Antonio (ancora lui) e che trova giustificazione solo se si tiene conto della diversità dei punti di vista da cui si è partiti e che si sono seguiti: il mio storico, quello di Antonio filosofico.

 

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