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Cominciamo col dire che chi ama Bologna o anche solo sporadicamente si è interessato alla sua storia passata e recente, in questa mostra troverà immagini che ha già incontrato.

Sono le foto di una città raccontata da coloro che l’hanno guardata attraverso l’obiettivo, utilizzando tecniche via via più evolute, dalle lastre di Pietro Poppi alla velocità e rapida obsolescenza delle immagini di Instagram.

Materiali importanti, frammenti di un percorso che disposto lungo la linea del tempo permette di vedere, oltre all’evoluzione tecnica del mezzo – sottolineata dalla presenza di una serie di macchine fotografiche che dalle prime “campagnole” ottocentesche in legno porta fino alle moderne digitali – anche l’evoluzione urbanistica della città e soprattutto quella sociale, antropologica.

Possiamo stupirci nel vedere piazza Maggiore invasa dalle bancarelle del mercato alla fine dell’Ottocento, cercare di capire com’erano le ore passate in un rifugio durante la seconda guerra mondiale vedendo le foto dei cunicoli angusti e dei letti accatastati, sorridere nell’osservare la foto del sindaco Dozza a cavalcioni di un muretto mentre segue un evento sportivo, il tutto raccontato da fotografi illustri che per i bolognesi non sono solo un nome: Enrico pasquali, Antonio Masotti, Aldo e Paolo Ferrari, Walter Breveglieri, Enrico Scuro, Nino Migliori….

Potremmo proseguire ma ci fermiamo qui perché se sulla qualità delle foto esposte (o per meglio dire delle riproduzioni delle foto esposte perché gli originali sono conservati in Cineteca) non ci sono dubbi, mentre molte perplessità e qualche critica va riservata al luogo e all’allestimento.

E’ importante recuperare all’uso cittadino lo spazio altrimenti chiuso del sottopasso di via Rizzoli ma andrebbe fatto rispettando le elementari regole di un qualsiasi allestimento che deve garantire una fruizione facile dei contenuti e, potendo, anche guidare le emozioni del visitatore, arrivando a centrare un obiettivo che ci si era posti. Ogni mostra, così come ogni progetto, ha bisogno di un concept , una suggestione emozionale sulla quale costruire tutto il resto. Mi sembra che in questo caso sia clamorosamente assente.

Innanzitutto il luogo: essendo un sottopasso per sua natura è buio e su questo poco si può fare ma foderarne le pareti di colore scuro è una prima scelta che, a mio avviso, sarebbe da evitare. Anche l’apparato d’illuminazione (fili a vista, lampade spente) non brilla per qualità e per originalità, limitandosi a fornire luce sufficiente a non inciampare e a vedere quanto è esposto ma che non guida l’occhio sulle immagini in maniera appropriata e senza creare un clima emotivo. Spenderei una parola anche sulle colonnette spargi profumo (?!) collocate nelle sale, forse necessarie per cercare di annientare l’odore di salnitro e di chiuso (per non dire di peggio) che si annida nei meandri del sottopasso. Inutile dire che invece di coprire l’odore, vi si mischia, creando un insieme sottilmente nauseabondo. Altro elemento che ha qualcosa d’inquietante: nel tentativo di creare un’atmosfera evocativa è stata predisposta una “colonna sonora”, inserendo in alcuni punti degli effetti speciali imbarazzanti: il calpestio dei cavalli nel percorso delle foto dell’Ottocento, il sordo rombo dei bombardieri nella sezione sulla Seconda Guerra e nella parte riservata ad Antonio Masotti e alle sue “bolognesi” il ticchettio dei tacchi, qualche piccola risata e alcune canzoni in voga in quegli anni (le foto furono scattate tra 1958 e 1960) con risultato quasi ridicolo. Le foto stesse della sezione scorrono lungo le pareti in dissolvenza, occupando entrambi i lati dello stretto corridoio con il risultato di rendere difficile vederle alla giusta distanza e anche con quel po’ di necessaria concentrazione che sempre serve in queste occasioni.

Bologna Fotografata. Tre secoli di storia

sottopasso di via Rizzoli – 9 giugno / 30 settembre 2017

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria