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Orsola ovvero, un amore oltre la morte

Forse da questa rubrica vi aspettate solo recensioni di mostre o bozzetti di vita museale ma vorremmo farne anche un raccoglitore di suggestioni di visita a musei che valgono la pena di essere visti. La scusa “tanto è vicino a casa ed è sempre lì” è quella che  impedisce di conoscere  la città o il territorio che abitiamo.

Così oggi ci spostiamo a Imola e andiamo a trovare la signora Orsola. Non fate quella faccia stupita, poi vi spiego chi è, e soprattutto state tranquilli, non è necessario telefonare per preavvisarla.

Foto di Valeria Ferriani

Foto di Valeria Ferriani

Cominciamo dall’inizio: a Imola esiste un museo particolare, la casa-museo di palazzo Tozzoni che fa parte del circuito museale della città. Abitato fino dal 1400 dalla famiglia Tozzoni, proveniente dalla Toscana, era in origine di due case che nel 1726 furono trasformate in un palazzo. Lo stile è quello riconoscibile del Settecento bolognese: un barocchetto elegante ed imponente al tempo stesso che al piano nobile conserva un salone centrale di rappresentanza evidentemente dedicato alle feste, ricevimenti e pranzi importanti, e nei due appartamenti che da questo si dipartono: l’appartamento barocchetto e quello Impero. Il palazzo merita una visita nella sua interezza, essendosi conservato molto bene in ogni parte, compresi gli arredi e parte della collezione di dipinti. Dal 1975 è proprietà comunale ed ha acquisito lo status di casa-museo.

Oggi però non parleremo di tutto il palazzo, che pure vale la pena di essere visitato, e ci concentreremo su un oggetto molto particolare che vi è conservato: il manichino di una delle abitanti del palazzo, la contessa Orsola Bandini Tozzoni. Avete letto bene, il manichino.

La faentina Orsola Bandini entrò nella famiglia imolese contraendo matrimonio con il conte Giorgio Barbato Tozzoni, nel

Foto di Donatella Donati

Foto di Donatella Donati

1819. Il legame venne funestato dalla perdita del loro unico figlio quando questi aveva due anni e poco dopo la contessa cominciò a dare segni di temperamento instabile e sicuramente melanconico. Morì nel 1836 lasciando il marito in preda a sconforto e senso di colpa per non aver saputo salvarla da un male oscuro. La soluzione riparatoria e consolatoria del conte Giorgio fu singolare: decise di far costruire un manichino in stoppa e gesso, ad immagine  e somiglianza della moglie, facendogli indossare gli abiti della consorte e  acconciandolo con i suoi stessi capelli. Il manichino visse con lui, nelle stanze che avevano abitato assieme e che corrispondono all’appartamento Impero del palazzo. Alla morte del conte il manichino venne esiliato nell’anta di un armadio nell’archivio di famiglia e lì è rimasto fino a pochi anni fa quando, dopo un laborioso restauro che ha interessato sia i vestiti che il corpo, è stato reso visibile al pubblico che entra al museo, accogliendolo nell’archivio dove è rimasto per lunghi anni.  La veste, il viso, l’acconciatura sono quelle di una donna vissuta negli anni ’30 del secolo decimo nono e sono elementi d’interesse per la storia della moda e dell’abitare di quel periodo. Ma un oggetto così particolare è carico di significati simbolici che racconta di un sentimento forte, tragico e assoluto e nel quale i più romantici e sensibili sapranno cogliere l’eco di una storia d’amore vissuta con rimpianto, fin oltre la morte.

In Copertina foto di Paolo Patella

Palazzo Tozzoni

Via Garibaldi, 18 – Imola

per info www.museiciviciimola.it

Tel. 0542 60 26 09

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