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Passeggiando “diverdeinverde”

Lasciate passare le prime due giornate, venerdì e sabato, domenica mattina mi obbligo a fare un giro per i giardini che aderiscono alla manifestazione.

Premetto. “Diverdeinverde” è stata una grande idea: riscoprire, anzi far riscoprire ai cittadini i giardini dimenticati della città. Fin qui, tutto bene. Ma, come detto poco fa, è stata.

Quello che è cambiato dalle prime edizioni, è sicuramente un gigantismo che, se non potrà che far piacere agli organizzatori, penalizza però il senso più vero della manifestazione.

A parte il ticket di partecipazione (criticabile per iniziative di questo tipo), il proliferare di giardini inseriti nel circuito che, però, così inaccessibili non sono (la metà dei quali tranquillamente visitabili in un giorno qualsiasi senza biglietto e senza file) è l’essenza stessa di questo gigantismo che va ad assommarsi al malcostume, ormai dilagante, delle giornate dedicate a svilirne l’essenza più vera.

Spiego facendo un esempio. La prima domenica di ogni mese l’ingresso ai musei statali è gratuito. Ed ecco file interminabili di masse bovinamente disinteressate che sembrano doversi sottoporre a una simile impresa solo perché così si fa. Quasi fosse un bisogno indotto quello che spinge queste persone, alcune di queste persone perlomeno, a fare le cose insieme, sentire, cioè, di appartenere ad un consesso, un consesso di perfetti sconosciuti che però permette di sentirsi vivo anche solo per il fatto di scoprirsi appartenenti ad un qualcosa di numeroso, quasi si avesse paura di vivere individualmente esperienze e situazioni potendo goderne appieno, senza distrazioni né condizionamenti (e voglio fermamente credere che il problema non siano i pochi euro che, in un giorno qualunque, costerebbe il biglietto d’ingresso a quel museo).

Praticamente, vivere le cose, ogni cosa, ogni situazione, ogni museo, ogni giardino va bene, ma mai da soli, quasi un’esperienza individuale non avesse valore, acquistandone solo se vissuta in compagnia (e non importa se il vivere l’esperienza in gruppo, ed in certi casi grupponi, svilisce l’essenza stessa della cosa per il troppo casino, il troppo caos, il troppo rumore, la troppa indifferenza generalizzata). Quasi l’unica importanza sia poter dire, c’ero e il fatto che c’ero può essere testimoniato da altre centinaia di persone delle quali, per contrappasso, io stesso potrò testimoniare la presenza.

Parlavo di malcostume. Forse esagerando. Ma anche, e soprattutto, si può parlare di occasione, culturale ed umana, sprecata.

Distorcendo il discorso, ciò che succede in tanti viaggi quando, una volta raggiunta Parigi o Venezia (si fa per dire) e faticosamente (fermate e fermate di metrò) la tour Eiffel o (spintoni su spintoni) il Ponte dei Sospiri, la vacanza sarà testimoniata dall’immancabile selfie con sullo sfondo, appunto, la fantasmagorica invenzione fin de siècle di Gustave Eiffel o i merletti barocchi che centinaia d’anni fa imprigionarono il Casanova (e il resto sarà un AngusBigMac al McDonald’s dietro l’angolo o un panino fattoria mangiato sui gradini della stazione di Santa Lucia).

Con buona pace del viaggio e dei suoi significati più profondi e veri.

Una differenza che Bruce Chatwin esemplificava in quella che corre tra un turista ed un viaggiatore.

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