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“Peccato Mortale” di Carlo Lucarelli

Tralascerò, e vabbene, di raccontare le possibilità infinite che avrei potuto perseguire per divenire professionista di un qualche improbabile gioco tipo biliardino ed anche, avessi voluto offrirmi una serietà ed una autorevolezza che non sono mai state le mie, di come avrei potuto essere un matematico (la vena, piccola, minuscola, appena più esistente dell’inesistente di autismo che mi accompagna, poi, chiaro, tra le innumerevoli cose che non sono c’è anche l’essere medico e quindi …, me lo avrebbe concesso, anzi, lo avrebbe agognato). O di come, in  alternativa, avrei potuto tradurre in qualcosa di più di ciò che è stato la propensione al giocare con le parole e i concetti dando una conclusione a cose e scritture, iniziate, proseguite e mai, ahi ahi, portate a termine. Gioco compulsivo, matematica e letteratura: queste le passioni giovanili, quindi, per diversi motivi tutte disattese. Con l’età, poi, ha preso sempre più piede la consapevolezza dell’importanza dello studio, o quantomeno della conoscenza, della storia complice, sicuramente, la constata constatazione della giustezza, ai giorni nostri sempre più dimostrata dagli accadimenti e dai personaggetti che si susseguono instancabilmente sovrapponibili, del vecchio motto di Giambattista Vico (quello dei corsi e ricorsi storici, per intenderci).

Ed è questo, la ricerca di risposte che dal passato potrebbero valere anche per il presente, che mi fa amare in modo particolare romanzi che anche se non storici in senso stretto, di determinati periodi storici fanno se non il protagonista principe almeno un comprimario imprescindibile. E questo sia che il romanzo serva soltanto e semplicemente a proporre il la per una ricerca successiva sia che, formula decisamente preferita ancorché più difficoltosa da proporre ma anche da fruire, sia esaustiva, o quanto meno bastante ad esaudire le istanze più immediatamente sollevate.

Ed è a questo secondo filone che appartiene l’ultimo romanzo di Carlo Lucarelli, quel “Peccato mortale” che, stando alle parole dell’autore, “… avevo un conto in sospeso con il mio commissario. Ora credo di averlo saldato …”, conclude, spiegando e dando un senso, la parabola del’avventura del commissario DeLuca. La conclude per ora, o fino a questo punto, chiaro; perché nessuno, credo, di noi, fedeli e voraci seguaci, né per quel che lo conosco lo farà certo Carlo, vorrà vedere interrotta la vita di questo insabbiato, problematico, combattuto, febbricitante, affascinante personaggio.

Il romanzo, nello specifico, si pone cronologicamente all’inizio delle avventure della saga. Siamo nel 1943 (mentre in “Carta bianca” l’anno era il 1945, ne l’ “Estate torbida” il ’46, in “Via delle oche” il ’48, in “Intrigo italiano” il ’53) e il periodo è quello che va da luglio a dicembre; i mesi, cioè che vedono l’arresto di Mussolini e lo scioglimento del partito fascista, l’ascesa di Badoglio e la liberazione dello stesso Mussolini dalla sua Sant’Elena di Campo Imperatore da parte di un commando di SS, la fuga vergognosa da Ortona della famiglia reale (una famiglia reale da operetta, d’accordo, ma quanta insipienza, quanti guasti, quanto dolore nella polvere del suo blasone) e la nascita del Regime Fascista Repubblicano rimasto tragicamente nelle memorie come Repubblica di Salò.

La trama, che prevede un’indagine negli ambienti della Bologna bene connessi al mercato nero e commisti ai gerarchetti di giornata, parte dal ritrovamento di un corpo senza testa e da quello di una testa senza corpo. Trattandosi di un giallo (ben congegnato, benissimo scritto, acrobaticamente sfaccettato), non racconterò di più. Se non che il debito pagato dall’autore al suo non più famoso ma riuscito protagonista, riguarda il motivo per cui il commissario nostro amatissimo arriverà in futuro (un futuro che preannuncia il passato con cui, da lettori, ci eravamo confrontati nei primi libri) a far parte delle squadracce nere, più nere perfino di quelle dell’Ovra, che si troveranno ad agire, rapire, torturare, desaparecidare (me ne sia perdonata l’invenzione) in un crescendo di orrore macbettiano da grand guignol senza ritorno. Un’appartenenza obbligata, necessaria, ineludibile, la cui non accettazione avrebbe comportato … anche questo, però, è un qualcosa che non si può anticipare.

In ultimo, anche se potrebbe sembrare non c’entrar nulla (e invece), la segnalazione di una piccola, ma a suo modo preziosa, mostra fotografica, “Le città visibili”, di scatti realizzati da Cristian Cizmar (bibliotecario) ospitata da una biblioteca (fino al 29 settembre alla Borges di via dello Scalo 21/2 negli orari di apertura della biblioteca stessa) ed ispirata, o che almeno presenta alcune vicinanze ideologiche, all’opera di un grandissimo come Calvino (specie alla sua opera “Città invisibili” vera pietra fondante della poetica dell’autore ed ampiamente riscoperta come imprescindibile riferimento in manuali e corsi di architettura come pure in libri e saggi che riflettono sul futuro delle nostre società e città.

Si pensi a “Storia dell’architettura italiana: 1985-2015” di Marco Biraghi e Silvia Micheli o a “Italo Calvino’s Architecture of Lightness: The Utopian Imagination in an Age of Urban Crisis” di Letizia Modena in entrambi dei quali Calvino, la sua concettualità, viene individuato come chiave di lettura per gli sviluppi della più recente architettura italiana) riconoscendone ed omaggiandone la discendenza già nel titolo. Ma come si definisce a livello visivo e iconografico, la fotografia di Cristian? Innanzi tutto, dando libertà di espressione ad un’idea forse non nuova, ma di sicuro effetto e proposta con garbo ed intelligenza. Tutte le immagini, infatti, partono da visualità nascoste, circoscritte, sottolineate ed inquadrate come sono da quelli che nella presentazione di Arianna Fornasari vengono definiti come filtri architettonici e che possono anche essere interpretati come quinte teatrali, quinte che, allo stesso modo di quelle da palcoscenico, assolvono, sia che siano tendine di pizzo, le dita di una mano, gli infissi scrostati di una finestra, al compito di enfatizzare, disvelandolo pian piano, quello che ci si cela dietro. Una scelta questa, che insieme a quella di privilegiare a volte l’essenza più inaspettata di una città (l’esempio è la bella foto del pavone a significare … quale città?), funge da esplicitazione di una concettualità fresca e curiosa che fa passare di certo in secondo piano alcune piccole e non disturbanti ingenuità o inesperienze quali possono essere la non omogeneità dei formati o l’utilizzo, difficile da gestire e per questo quasi mai utilizzato in simili occasioni, della carta lucida scelta come supporto. Insignificanti  piccolezze che, ripetiamo, non inficiano minimamente la fruizione di questa davvero gradevole ed interessante esposizione.

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