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Pensieri sul futuro in tempo di pandemia

Da alcune settimane siamo attoniti protagonisti di una di quelle gettonatissime serie tv dove l’umanità è improvvisamente vittima di un virus killer. Fortunatamente l’umanità non si sta trasformando in zombie o in vampiri e il COVID19 non è letale come i virus televisivi, ma certamente la situazione che stiamo vivendo è nuova e preoccupante.

Navigando fra le notizie, i telegiornali, gli speciali televisivi e i post sui sociali inizio ad abituarmi all’idea che l’allarme durerà più di qualche settimana e che, in ogni caso, d’ora in poi dovremo convivere con epidemie come questa.

Quello che mi sento di dire è: facciamo ciò che ci dicono le autorità sanitarie e istituzionali e smettiamo di rompere le balle pensando tutti di essere virologi o politici più bravi di quelli che stanno ora gestendo la situazione. Il momento dei leoni da tastiera sta passando o almeno, speriamo che passi in fretta. Se leggete post che invitano a non rispettare le ordinanze perché si sa “è poco più di un’influenza” o accrescono il panico dicendo che moriremo tutti…. Iniziate a chiedere a chi scrive di mettere on line il proprio CV, dimostrando così di avere i titoli per poter esprimere sentenze di questo genere. Oppure, semplicemente ignorateli, evitando di far girare i loro post.

Se ci saranno errori da pagare verranno pagati quando sarà il momento, per ora cerchiamo di non disturbare il guidatore, altrimenti fuori strada ci andremo tutti insieme.

Detto questo e – augurando a tutti noi che il contenimento funzioni e fra qualche mese sia passata almeno la fase emergenziale – forse vale la pensa iniziare già da ora a pensare al futuro. Si, perché l’esperienza ci dice che nei momenti di difficoltà (le guerre sono un bel caso studio, ma una qualsiasi crisi va bene), c’è sempre qualcuno che ne esce guadagnandoci, a spese di tutti gli altri.

Ed eccomi ai miei pensieri sparsi, alla ricerca di conferme o possibili soluzioni.

Il mondo sta affrontando un problema enorme, provocato dall’uomo stesso: il cambiamento climatico, con ciò che ne deriva in termini di impoverimento di larghe aree della terra dovute a carestie, siccità o inondazioni, di conseguenze enormi per la salute e per l’economia, con popolazioni intere che hanno da tempo iniziato a migrare per cercare un luogo dove sopravvivere. Contestualmente, nel mondo, focolai di guerra colpevolmente accesi nei decenni scorsi tendono a peggiorare, e altri sembrano covare sotto il fuoco. 

Vediamo in questi giorni cosa sta succedendo in Grecia, dove masse enormi di siriani già stremati dai terribili campi profughi turchi, spingono per entrare in un’Europa spaurita e, tanto per cambiare, impreparata. Trovo al proposito che l’infelice frase della von der Leyen che proprio ieri ha parlato della Grecia come ”scudo dell’Europa”, sia parecchio deludente.

A inizio 2019 i dati relativi all’economia europea davano segnali positivi, facendo pensare ad una uscita definitiva dalla crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008, con esclusione di pochi paesi che non sono riusciti in questi anni a migliorare sufficientemente le proprie performances. E’ il caso del nostro paese, purtroppo. A inizio 2020 ci accorgiamo però che anche la locomotiva tedesca si sta fermando e che, anzi, la crisi industriale tedesca fa dormire sonni agitati a tutto il continente.

Nel frattempo, a Bruxelles sono cambiate tante cose. A maggio 2019 il nuovo Parlamento europeo e poi, a seguire, la nuova Commissione europea di Ursula von der Leyen e la signora Lagarde che prende il posto di Mario Draghi al vertice della BCE.

Gli obiettivi strategici di Ursula von der Leyen sono ambiziosi, in 5 anni vorrebbe rivoluzionare l’Unione europea, con un’agenda stingente e piena di proposte da approvare ed attuare. L’obiettivo è fare dell’Unione europea il leader nel mondo per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico e attuare una rivoluzione digitale dell’economia che ci faccia recuperare il terreno perso in questi anni, senza rinunciare alle caratteristiche di mercato sociale ed ai valori di democrazia e diritti che sono propri del modello europeo. Questo significa trasformare completamente l’economia europea, accelerando lo sviluppo di azioni positive in quel senso e disincentivando quelle obsolete e, non da meno,  investendo in questo progetto ingenti somme di danaro sia pubblico che privato. E soprattutto, significa farlo senza lasciare indietro le fasce più deboli della popolazione. 

Già così, un progetto da far tremare le vene ai polsi, considerando lo scarso livello di solidarietà dimostrato negli ultimi decenni dagli stati membri dell’Unione europea.

Questo problema è più che evidente se seguiamo il dibattito in corso sul nuovo bilancio pluriennale dell’Unione europea, che dovrebbe partire il 1 gennaio 2021 con i suoi regolamenti relativi ai programmai di finanziamento europeo, i quali rischiano di slittare a causa della incapacità degli stati membri di mettersi d’accordo. 

In questo quadro il Parlamento europeo, eletto dai cittadini lo scorso maggio, vota all’unanimità una proposta di bilancio superiore a quella della Commissione e di molto superiore a quella della Presidenza finlandese del Consiglio. Il Consiglio europeo, formato dai capi di stato e di governo, si è già riunito due volte per poi partorire un topolino, proposte a dir poco insufficienti per poter pensare, anche solo lontanamente, alla grande trasformazione tecnologica e green dell’economia europea.

A questo punto arriva l’epidemia di coronavirus dalla Cina.

Il COVID-19 coglie tutti di sorpresa e, oltre ai problemi per la salute e la tenuta dei sistemi sanitari che sono in questo momento sono prioritari, siamo di nuovo a parlare delle conseguenze economiche che stanno per investirci. Si sta parlando di una nuova crisi economica globale ancora più pesante di quella che abbiamo affrontato recentemente. 

Non male, vero? Che si fa? Rinunciamo a qualsiasi speranza per il futuro? Ci affidiamo all’uomo forte come un paio di Mattei in giro per l’Italia ci suggeriscono? Direi di no, se no altro per testardaggine.

Una cosa, però, non riesco a togliermi dalla testa. 

In questi decenni di folle corsa alla privatizzazione di tutto ciò che si poteva svendere perché il privato è efficiente a il pubblico no, di magnificazione della globalizzazione e del mercato libero che tutti avrebbe sollevato dalla povertà perché “se l’acqua cresce, non solo le navi salgono ma anche le barchette” di reaganiana memoria, di rinuncia ai diritti dei lavoratori in attesa che – chissà come – arrivino anche i posti di lavoro.

In questi lunghi anni di individualismo spinto da un dio danaro che non sente le ragioni dei diritti umani e porta indietro le conquiste democratiche mettendo in crisi lo stato di diritto (anche in Europa), ed assiste quasi rassegnato all’aumento della violenza sulle donne.

In tutti questi anni dove anche la sinistra si è balloccata con terze vie che si sono rivelate vicoli ciechi e con un serpeggiante ritorno a casa, ognuno ai suoi problemi e alle sue personali aspirazioni, con partiti impotenti di fronte al mondo in evoluzione e politici che non riescono ad impegnarsi con una visione a lungo termine, e finiscono per rincorrere le agende degli altri e a perseguire politiche quasi sempre di piccolo cabotaggio. 

In tutto questo tempo, sappiamo però che qualcuno ci ha guadagnato, e non poco. 

Il compianto Giovanni Falcone diceva “seguite i soldi” ed aveva ragione. 

Il rapporto sulle diseguaglianze, che l’ONG Oxfam pubblica ogni anno subito prima del meeting annuale del World economic Forum a Davos, dove si incontrano gli uomini più ricchi o più potenti del pianeta, ci racconta (gennaio 2020) che la forbice fra ricchi e poveri non accenna ad arrestarsi, anzi. Sono 2153 i paperoni nel mondo, forti di un patrimonio di 2.019 miliardi, e vantano una ricchezza superiore a quella complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. 

Negli ultimi 3 decenni reddito e ricchezza sono saliti. Ve lo sareste aspettato? La vostra vita e il vostro conto in banca vi sembrano così migliorati? Eppure viviamo nella ricca Europa. I dati ci dicono che è così, l’incremento della ricchezza prodotta è notevole, solo che si è fermata al vertice della piramide. 

Nel mondo solo il 4% degli introiti fiscali deriva da forme di tassazione della ricchezza, mentre il resto deriva soprattutto dalla tassazione del reddito. E forse questo ci dice qualcosa di chiaro rispetto a chi ci ha guadagnato e a chi ci ha perso. A chi ha fatto bene il proprio lavoro e a chi invece ha rinunciato a farlo.

A questo punto, inizio ad essere un pochino diffidente.

Non vorrei che si prendesse la scusa di questa recessione da coronavirus per chiedere aiuti alle  aziende senza mantenere una visione di sviluppo sensata. Le aziende hanno certamente bisogno, e subito, di un sostegno. Ma la richiesta della Confindustria italiana di sospendere il Green deal europeo ritenendo che non ce lo possiamo permettere, mi fa pensare che il problema non sia solo culturale, e che se si cedono le armi su questo terreno ci troveremo fra qualche tempo messi peggio di prima. Dobbiamo comunque riuscire a governare il sistema tenendo la barra sugli obiettivi di innovazione tecnologica, di contestuale sviluppo dell’economia green e di salvaguardia dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. 

Un’altra cosa mi preoccupa. In questi giorni ringraziamo tutti di vivere in un paese dove esiste una buona sanità pubblica. Sappiamo che da decenni, ogni anno, vengono applicati dei tagli alla sanità pubblica. Sappiamo che medici e infermieri sono sottorganico da troppo tempo e che i giovani professionisti vanno a lavorare all’estero per poter avere stipendi e tempi di lavoro umani.  Finora però il trend è stato quello di tendere ad un sempre maggiore ricorso alla sanità privata, ritenendola più efficiente e di qualità. E del resto, se mancano soldi e personale nella sanità pubblica le liste di attesa si allungano.

Non vorrei che, finita l’emergenza, tutto tornasse come prima, senza un ragionamento sul futuro della sanità pubblica ed un – conseguente – investimento adeguato. ricominceranno, fidatevi, le sirene che spingono ad investire sul privato anziché sul pubblico. Se e quando succederà dobbiamo ribellarci.

Infine, un’altra cosa è oramai più che evidente. La ricerca italiana ha fantastici menti e ricercatori competenti, ma è trattata malissimo. Spendiamo per la ricerca una miseria rispetto agli altri paesi europei, i quali spendono comunque molto meno di quello che dovrebbero. L’obiettivo del 3% del PIl stabilito a livello europeo, non è raggiunto da nessun paese europeo. E, diciamocelo, sarebbe comunque troppo poco in confronto a ciò che servirebbe per poter competere a livello mondiale.

Dovremmo spingere fortemente per investimenti nella ricerca, anche quella di base, ma mi aspetto che anche su questo arrivino spinte importanti dagli stati e dal mondo economico affinché il pubblico rinunci agli investimenti necessari in questo ambito, sempre con la giustificazione che non ce lo possiamo permettere. Come non ci possiamo permettere investimenti sull’istruzione e sulle competenze.

Negli ultimi decenni quello che non ci potevamo permettere è ciò che ci avrebbe consentito di essere più produttivi, più competitivi nel mondo e anche più giusti nei confronti della nostra gente. Più forti quindi di fronte alle sfide che abbiamo davanti, e più resilienti di fronte agli imprevisti.

I dati, disponibili per tutti quelli che li vogliono guardare, ci dicono che quello che abbiamo fatto finora ha semplicemente prodotto più profitti per i più ricchi, e più povertà per tutti gli altri.

E’ troppo chiedere di cambiare registro? So che è difficile, ma almeno che qualcuno cominci!

Un’ultima cosa. Vediamo di spuntare un po’ questo giochino dello scarico di responsabilità, inizia davvero a stancare.

Non chiediamo all’Unione europea di fare quello che non può fare. Non possiamo chiedere all’UE di stanziare soldi che non ha. Sono gli stati che decidono il bilancio, se vogliono un bilancio povero, non si potranno spendere soldi che non ci sono. 

Solitamente chiediamo all’UE di risolvere i nostri problemi, e contemporaneamente sosteniamo chi ritiene che debba avere sempre meno competenze. 

Le due cose non vanno d’accordo, facciamolo presente sempre. Ogni volta. Ripetiamolo allo sfinimento esattamente come Salvini, Meloni e company ripetono le loro sciocchezze sovraniste.

Non sempre sono stata felice di come l’Unione europea si è mossa negli ultimi decenni, anzi, sono stata anche molto critica. Però so che non sono le istituzioni europee il problema, non è la Commissione europea. Il problema sono gli stati che non sanno trovare una strada comune, riformando le istituzioni e la governance europea, e mettendo insieme le competenze che ci porterebbero ad un aumento di sovranità, europea però. Non è questa la sede per discutere del perché siamo in questo fango, ma certamente se non riusciamo a chiedere ciò con la dovuta forza, non succederà nulla di buono in futuro.

Vartolina

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