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Pietà ai giorni nostri

Sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e di solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre. Questa è la definizione di pietà. Ed è esattamente quello che ho provato quando ho letto i titoli di qualche giorno fa. Ho provato anche dolore, rabbia e tanta tanta tristezza.

Lo so che questo non sarà un post popolare o interessante e forse neanche utile. Ma ho dovuto scrivere queste parole che mi fanno sentire il cuore pesante e gli occhi lucidi. L’immagine struggente che si sono trovati davanti i soccorritori – una donna e un bimbo abbracciati in fondo al mare – non la dovrebbe vedere mai nessuno. Lo so, sono cose succedono quotidianamente da qualche parte del mondo e probabilmente neanche tanto lontano da noi, direte voi. Ma è un’immagine che mi ricorda la nostra miserabile tranquillità mente lì fuori qualcuno s’aggrappa anche a un fuscello, a una speranza. Un’immagine che parla della disumanità con cui ci siamo abituati a vivere. Un’immagine che racconta il dramma e la disperazione di queste persone. Un’immagine che urla. Un’immagine che nessuna madre credo possa sopportare e dimenticare. Un’immagine che non posso cambiare, ma di cui almeno posso parlare.

Abdel Kader si chiamava la barca affondata che portava questi naufragi da Libia, Sub Sahara, Tunisia o chi sa da dove. Non si sa ancora come si chiamava la donna, né il piccolo, né tanto meno se fosse realmente la madre o meno. Per me, si potevano chiamare Maria e Cristo, ma poco importa.


Tante incertezze, tante domande, tanti incognite.
Una cosa è certa: “Chi s’aggrappa. Chi affonda. Chi riemerge. La vita è un mare aperto.” (cit.)

Anche se non sembra, siamo tutti nella stessa barca.

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Written by

Mi chiamo Marija Belicheva. Sono macedone e vivo a Bologna da quatro anni. Sposata e da poco mamma della piccola Sophia. Mi occupo di Marketing e Commercio estero per una società emiliana. Ho studiato lingue, interpretariato e studi europei. Mi piace viaggiare, leggere e condividere.