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Pittsburgh – portrait of an industrial city

Le vacanze, le ferie, la villeggiatura, chiamate questo periodo come volete, sono ormai terminate. E, visto che anche l’estate sta finendo, è logico pensare che giorni affollati, giorni frenetici, giorni stressanti ci aspettino. Un ottimo modo per riappropriarci della routine quotidiana, in realtà per trovare un metodo do sopravvivenza dalla, potrebbe essere (altamente consigliato per vari ed ovvi motivi) profittare dell’ennesima possibilità che il Mast, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologie di via Speranza 42, offre fino al prossimo 16 settembre: la mostra di W.EugeneSmith “Pittsburgh – portrait of an industrial city”.

Motivi per non farsela fuggire, a parte lo scherzoso, ma non poi tanto, consiglio iniziale, ce ne sono davvero tanti. Innanzi tutto, l’occasione di poter osservare dal vivo una parte, piccola ma significativa (circa 170 stampe vintage della collezione del Carnegie Museum of Art di Pittsburgh) del lavoro più concettuale e totalizzante di uno dei più importanti fotografi statunitensi (William Eugene Smith nasce a Wichita, Kansas, nel 1918. Studia fotografia all’Università di Notre Dame, nell’Indiana, e nel 1937 si trasferisce a New York, dove lavora come fotoreporter per “Newsweek”, “Collier’s”, “Parade”, “Time”, “Fortune”, “Look” e “Life”. Durante la Seconda guerra mondiale è corrispondente dalle isole di Saipan, Iwo Jima, e Okinawa, in Giappone. Nel 1947 entra nell’organico di “Life”, e dal 1955 entra a far parte dell’agenzia Magnum per cui accetta di realizzare un saggio fotografico su Pittsburgh di cui nel 1959 viene presentata una piccola parte: “Pittsburgh—W. Eugene Smith’s Monumental Poem to a City” e una versione del lavoro, con un layout di 36 pagine curato dallo stesso Smith, appare sulle pagine di “Photography Annual”, annuario della rivista “Popular Photography”. Nel 1971 presenta a New York e poi a Tokyo, dove vivrà fino al 1975, una grande mostra di oltre 400 fotografie curata da lui stesso. Nel 1977 si trasferisce a Tucson, Arizona, città in cui morirà l’anno successivo, dove gli viene assegnata una cattedra universitaria e dove il suo ricchissimo archivio entra a far parte della collezione del Center for Creative Photography dell’Università dell’Arizona).

E poi la possibilità, davvero rara, di poter confrontare le sue immagini con quelle della altrettanto imperdibile mostra “Usa’68” ospitata dallo stesso Mast al piano inferiore e di cui abbiamo ampiamente parlato in occasione dell’inaugurazione. Un confronto che potrebbe permettere ai visitatori più curiosi ed avvertiti di riconoscere il lavoro di W.E.Smith come punto di passaggio, potente e imprescindibile, tra il tempo dei fotografi della F.S.A. (Farm Security Administration, l’agenzia fotografica fondata nel ’37, in piena GrandeDepressione dal presidente Roosvelt allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante negli Usa e che operò fino al 1943 grazie al lavoro ed all’abnegazione di fotoreporter come Dorothea Lange, Walker Evans, Gordon Parks, Arthur Rothstein, Ben Shahn) e la stagione d’oro del fotogiornalismo degli anni ‘60/’70 (quella investigata dalla mostra “USA68”, appunto) dei Garry Winogrand, Lee Friedlander, Steve Shapiro, John Dominis, Art Shay, Bill Eppridge, Bob Gormel tra i tanti.

And the last but not the least, perdendosi nella visione, ci si potrà illudere di comprendere le motivazioni di una personalità complessa (il modo di Smith di portare avanti le commissioni ricevute era tortuoso, non consegnava mai un lavoro in tempo, non era mai soddisfatto del layout delle immagini, dell’impaginazione, dell’intensità delle foto stampate, delle didascalie, dell’intera presentazione della story), dibattuta (per un diverbio, abbandonò nel pieno della sua fama di fotografo per riviste l’impiego a “Life”) perennemente com’era in cerca dell’assoluto (ben lungi dall’accontentarsi di documentare il mondo, voleva catturare, afferrare, almeno in alcune immagini, niente di meno che l’essenza stessa della vita umana), la personalità di un fotografo, un uomo, che giustifica quanto di lui detto da Urs Stahel curatore della mostra: “… nella storia della fotografia nessuno mai aveva tentato questa impresa con una tale tormentosa veemenza: Smith non voleva rappresentare il sangue, lui cercava il sangue …”.

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