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Proteso dagli scogli, simile ad un mostro in agguato, con i suoi cento arti, il trabocco aveva un aspetto formidabile.

Erano i favolosi, rutilanti seventies. Ragazzi di spiaggia come eravamo, l’acqua, il mare, la spiaggia appunto, costituivano tutto il nostro mondo.

Nuotare, pescare in apnea. Chi aveva più possibilità, o soltanto voglia, faceva qualche immersione. I nostri fondali caraibici, le nostre barriere coralline, erano davanti alla Torre di Cerrano (subito dopo Silvi Marina per noi che venivamo da Pescara), o di fronte ai Ripari di Giobbe (subito prima di Ortona e subito dopo il Lido Riccio).

Erano avventure vere, si partiva la mattina anche in due su lambrette e vespe 50, ci si crogiolava al sole tutto il giorno e tutto il giorno si pescava e si facevano immersioni; tanta voglia e poca sicurezza, niente manometri bastava un buon orologio sub, nessun corso, nessuna scuola, tanto c’era sempre un amico che aveva cominciato qualche giorno prima a darti le “dritte”. Vabbè, qualche embolia, lieve, c’è chi l’ha avuta, e qualcuno non è più risalito, ma quelle erano Tremiti, altro mare, altre storie.

Di quel tempo rigogl2016.08.28 - TiriamoTardi4ioso e selvaggio, di quei viaggi alla ventura, ricordo tanto, ricordo tutto.

Ma soprattutto, ricordo cose strane, strutture fantastiche retaggio di un mondo scomparso.

Sogni lignei, miraggi stillanti mito, manufatti fantastici della stessa materia di cui sono fatti i sogni.

Qualcuno dirà, potrebbe voler dire: ma dai, i trabocchi; anche qui, in Romagna, ci sono “e padlòn”.

Eccerto. Anche a Pescara c’erano. Strutture solide abbarbicate agli scogli o direttamente poggianti sulle banchine dei moli. Così sono capaci tutti. Ma provate voi, ci provi chiunque, a costruire dei trabocchi (i padlòn, appunto) in mezzo al mare, lontani anche 50 e più metri dalla riva cui si è uniti solo da una passerella traballante di legno. Provate voi anche solo a pensarlo, il costruire queste macchine da pesca, utilizzando alla vecchia maniera solo i detriti e i legni e i cordami portati dalla corrente a riva. Non si può, non si può non pensare a quei “… pescatori cingalesi con indosso il tradizionale saram che pescano appollaiati su pali di legno …” ritratti con mirabile maestria da quel genio della fotogra2016.08.28 - TiriamoTardi2fia contemporanea che è Steve McCurry.

D’altronde li cantava anche il vate, e che canzone: “… la lunga e pertinace lotta contro la furia e l’insidia del flutto pareva scritta su la gran carcassa per mezzo di quei nodi, di quei chiodi, di quegli ordigni. La macchina pareva vivere d’una vita propria, avere un’aria e una effigie di corpo animato. Il legno esposto per anni e anni al sole, alla pioggia, alla raffica, respirando l’odore delle alghe, mostrava tutte le fibre, metteva fuori tutte le sue asprezze e tutti i suoi nocchi, rivelava tutte le particolarità resistenti della sua struttura, si sfaldava, si consumava, si faceva candido come una tibia o lucido come l’argento o grigiastro come la selce, acquistava un carattere e una significazione speciali, un’impronta distinta come quella d’una persona su cui la vecchiaia e la sofferenza avesser compiuto la loro opera crudele …”.

Certo da allora, dai tempi di D’Annunzio ma anche solo dai miei 16, 17, 18 anni, ne è passato del tempo.

E i 2016.08.28 - TiriamoTardi1trabocchi non sono più, o non solo, costruiti con materiali di risulta; ma sono ancora lì, a corollare con le loro sagome snelle quella che viene comunemente riconosciuta come la Costa dei Trabocchi (il litorale che va da Ortona a Fossacesia Marina), uguali nel tempo e nell’immaginario, e mantengono intatta la loro magia.

Una magia che per noi, ghiottoni erranti, è sublimata dalla possibilità di cenare proprio lì sopra, gustando gli antichi sapori dei pescatori, godendo di una cucina povera ma saporita, vera, immaginifica. In quasi tutti i trabocchi è possibile essere ospiti, e non sarebbe giusto citarne uno dimenticandone un altro. Ognuno offre una propria peculiarità, di costruzione di storia e di cucina. In tutti però, tirare tardi mangiando e brindando al sole che muore dietro la linea del litorale mentre l’acqua si fa sempre un po’ più scura ma brulicante delle mille luci della sera, è un’esperienza da non perdere.

Stefano Righini

Stefano Righini
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