|

 

Quanti sono 7 minuti?

Anche qui bisogna scegliere se dire sì o dire no. Non a una riforma costituzionale, bensì ad un contratto dal quale dipende il lavoro di 300 operaie. A decidere se accettarlo e vendersi alle condizioni della multinazionale che ha acquistato l’azienda tessile Varazzi, sono solo in undici. Undici donne che fanno parte del consiglio e rappresentano uno spaccato del mondo operaio femminile. C’è Bianca, impersonata da Ottavia Piccolo, la più saggia e anziana, la prima che si pone il dubbio, e c’è Angela, interpretata dalla cantante napoletana Maria Nazionale, che invece ha tanti figli, un marito in cassa integrazione, e dubbi non ne ha e lo fa sentire a grande voce. E poi c’è l’impiegata sulla carrozzina, quella che fa pugilato, quella picchiata dal marito che vomita la sua rabbia e paura alle colleghe, la straniera che non si fida di nessuno e quella che accetterebbe qualsiasi cosa pur di avere un lavoro, ci sono la madre e la figlia incinta, c’è la diciannovenne con tutte le sue giovani ingenuità. “7 minuti” è il titolo del film girato da Michele Placido, tratto da un testo teatrale di Stefano Massini che si ispira ad una storia vera, ed è anche la richiesta della multinazionale che ha comprato l’azienda Varazzi e tutte le sue lavoratrici. Sì, le lavoratrici potranno rimanere tutte, sono state comprate insieme all’azienda. Gioia e tripudio di fronte alla prospettiva di perdere il lavoro. Ci sono le operaie fuori dalla fabbrica in attesa di sapere del loro destino che, quando intuiscono che forse si salveranno, ebbre di gioia, ballano e suonano i tamburelli. E saranno salve, c’è solo quella piccola richiesta: 7 minuti da togliere alla pausa pranzo, “solo” questo. E’ una richiesta quasi ridicola, come sottolineano alcune delle undici rappresentanti, quelle che dubbi, apparentemente, non ne hanno. Ma la voce di Ottavia Piccolo, che si insinua nella testa di tutte loro, e anche in quella degli spettatori, riuscirà in parte a stravolgere il pensiero banale e immediato sorto spontaneo a tutte. 7 minuti sono davvero così pochi? E quanto vale la nostra dignità di lavoratrici? Accettare vuol dire andare incontro o andare indietro?

“7 minuti”, attualissimo in quest’epoca di precariato, è un invito alla riflessione. E se a volte i dialoghi risultano un po’ teatrali – come quando Bianca annuncia le condizioni del contratto alle sue colleghe- e i personaggi rischiano di sembrare stereotipati, il film ha il pregio di colpirti dritto al cuore e scuoterti perché le domande sorgono spontanee. “Cosa siamo disposte a fare pur di lavorare? Tutto siamo disposte a fare!” urla una di loro, mentre Bianca, che pure ha un figlio disoccupato, invita a capire, riflettere, domandarsi. “Io alla tua età ho accettato tutto e ora sono finita qui. Se potessi tornare indietro non lo rifarei” dice alla collega diciannovenne.

In un primo momento anch’io avrei detto subito sì. Sì, accetto queste condizioni, ci mancherebbe. Che cosa sono 7 minuti per me, ma soprattutto per chi ha una famiglia da mantenere, per chi è scappato da paesi in guerra, per chi cerca lavoro da mesi? Niente.

E invece sono molto di più di quello che sembra, soprattutto per chi ha una famiglia da mantenere, è scappato da paesi in guerra, è disoccupato. Rappresentano i nostri diritti, il nostro futuro, i nostri sogni intesi come il mondo che noi vorremmo. Rappresentano noi. Quei 7 minuti non sono solo 7 minuti. E il suono di quei tamburelli delle operaie che gioiscono per essere state comprate senza troppi sforzi, sembra ridicolo, patetico, straziante.

Share Post
Written by

Sono Francesca, giornalista pubblicista, pigra e appassionata di cinema e libri. In questa rubrica parlo di quello che vedo, leggo e che mi ispira.