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Quattro chiacchiere sul basket che verrà

Indimenticabile spot per un basket che non lo dimenticherà tanto presto, l’azione più bella delle finali, bellissime anche se demenziali (sette partite, una ogni due giorni, giocando in tensostrutture senza aria condizionata a fine giugno è davvero un’idea da dementi che certifica la pochezza di chi dovrebbe decidere e promuovere lo sport italiano), appena terminate, è stata la schiacciata del sardo McGee in gara 6 che ha rinverdito in vecchi guardoni ormai ingrigiti il ricordo , anche quello indelebile, di un certo MikeAir. Non bastante a cambiare l’esito delle finali (un po’ troppa stampa favorevole alla Venezia satrapica, a partire dai commenti a senso unico di uno sfiatato DePol, si è notata), lo slam dunk del folletto nero già regista della stessa Venezia nel 2017, l’anno del suo altro scudetto moderno (un ubriacante palleggio a liberarsi del difensore di turno seguita da una giravolta a lasciare sul posto l’aiuto appena arrivato e finale scacciata saltando letteralmente sulla testa dell’ultimo avversario, il più grosso, largo, alto con finale dondolio aggrappato al ferro mentre il PalaSerradimigni sembrava dover esplodere), rimarrà negli occhi di tutti, e nel cuore della sua gente, come LA giocata della stagione.

Detto questo, e riconosciuti i meriti di una Venezia noiosa ma quanto mai inscalfibile nelle sue certezze, si impongono alcune considerazioni.

Mai come quest’anno, si è visto come, per arrivare in fondo ad una competizione pensata male (nei playoff le 7-partite-7 di finale che seguono le 5-partite-5 di quarti e semifinale tutte giocate a cadenze trisettimanali) sia necessario avere una squadra profonda o lunga (composta cioè da 12 giocatori realmente intercambiabili), alta e grossa (con chili e centimetri a profusione) ed atletica (che non vuol dire solo atletismo tonico, ma anche preparazione fisica, concentrazione, voglia e cattiveria agonistica).

Certo esistono le eccezioni. Ad esempio la Milano più lunga, alta, grossa di chiunque altri semifinalista spazzata via dalla freschezza di Sassari urla ancora vendetta, ma il problema lì stava nel manico (dal presidente, Livio Proli, digiuno di sport e dedito solo all’accumulo seriale di nomi altisonanti ma nemmeno buoni per il fantabasket ed un allenatore, Simone Pianigiani, capace di vincere solo quando le partite ed i campionati venivano manipolati e poi, nel prosieguo di carriera, perdente e cacciato ovunque e quantunque). O l’altra semifinalista la magnifica ed utopica Cremona, piccola, corta e old style ma che può contare sul miglior coach in circolazione, Meo Sacchetti, affidandosi al contempo ad un progetto (per non snaturare la propria dimensione, e nonostante ne avesse i diritti sportivi, la prossima stagione non giocherà nessuna coppa europea) e ad un sistema ben identificabile e ripetibile chiunque ne siano i protagonisti.

A questo penso quando penso alla Virus che verrà. Nomi ne circolano, anche altisonanti (ma forse un po’ troppo: per dire, per prendere il pupazzone Teodosic, un grande non grandissimo, non ci perderei il sonno certo di trovarne altri di magari minor appeal mediatico ma di certo più affidabile continuità, un nome per tutti il Craft avvicinato nei rumors e poi rimasto a Trento) e quel che doveva essere determinato in quota italiani è stato fatto. Certo, affidarsi un’altra volta a Pajola come play di rincalzo potendo contare sul solo Cournooh come ulteriore cambio pare azzardato: se si vuole vincere, o quantomeno giocarsela ad alto livello, il secondo play DEVE essere, se non pari, almeno realmente intercambiabile con il titolare mentre al nostro mancano chili, esperienza e, soprattutto, faccia: un anno da titolare in un’alta Lega2 (magari mandato gratis pur di farlo giocare) sarebbe stato molto meglio che doverlo vedere arrabattarsi in un campionato che ancora non gli appartiene (vero che Bonora o Bulleri sono diventati quello che sono stati, buoni, buonissimi play, non giocando prima e poi crescendo a fianco di quelli grandi, ma sono, appunto, due soli casi). Per il resto, come lamentarsi di un gruppo di italiani in cui qualunque dei cinque troverebbe spazio se non in quintetto almeno come primo cambio di quasi tutte le squadre se si escludono le solite Milano, Venezia, Sassari e, forse, Avellino?

La discriminante, ormai è chiaro, la faranno gli strangers, americani o slavi o che la fantasia aiuti, che verranno. Al play titolare (Teodosic o Jokic o, ma non verrà pur essendo il mio preferito, Rodriguez) è dedicata la più massiccia attenzione e la sua scelta orienterà giustamente tutto il restante settore guardie mentre per i lunghi si cercano un 4 e un 5 rispettivamente agile e atletico e grande e grosso, entrambi produttivi, riservandosi un ulteriore aggiunta capace di cambiare l’uno o l’altro indifferentemente. Idee, soldi e, perché no tempo (in questo senso va interpretata la scelta, una figuraccia a parer mio, di disertare la Champions appena vinta, e non si dovrebbe: hai vinto ed eticamente sei obbligato a difendere il titolo. Certo che giocare l’EuroCup, la seconda competizione europea, regala il diritto non scritto di scegliere i migliori giocatori subito dopo i califfi dell’EuroLeague con un ovvio parterre più ricco a disposizione) non mancano. E le menti che dovranno decidere, quest’anno sembrano più amalgamate di quelle, disastrose, che non si parlarono l’anno scorso.

Infine, la Fortitudo. Per la cara vecchia F scudata, i discorsi sono diversi. Dovendo solo salvarsi, e magari togliersi qualche soddisfazione vedi derby, ci sta che la squadra sia pensata lunga ma non lunghissima, esperta (anche se per ora oltre che esperta sembra più che altro vecchia: avendo già Leunen e Mancinelli, niente da dire, era proprio necessario confermare anche Cinciarini? Poi, chiaro, se le cifre che si sentono sono quelle vere …. come farsi scappare l’occasione). Tutto si giocherà, come spesso accade, sull’asse play/centro. Sul Fantinelli esordiente in Lega ed oltretutto rotto, non ci punterei e sarà quindi necessario che il glorioso e passatello Stipcevic, un ottimo titolare sia chiaro, dimostri quella freschezza atletica che già un paio d’anni fa latitava. E per il centro sarebbe bene lasciar perdere suggestioni passate (con il presidente Pavani che ha dichiarato che, fosse per lui, prenderebbe tutti ex fortitudini: buon per la squadra che il mercato lo facciano due persone serie preparate ed entusiaste come Carraretto e Martino). A proposito del quale torno per concludere sugli allenatori. Detto delle due bolognesi (un rampante capace e a suo modo visionario, Martino, per la F, ed uno serio, poco esuberante, ma che ha dalla sua la capacità e l’esperienza di chi grandissimo, e per davvero, è stato, Djordjevic, la V), Venezia ha vinto il suo campionato contando in panchina DeRaffaele, un coach classico, attento, non innovativo e quindi noioso ma capace di gestire un gruppo di presunte star dal difficile amalgama. Milano, al contrario, ha fallito la stagione mettendosi a capo un sopravalutato spocchioso e refrattario a cambiare le proprie idee e a mettersi in discussione: e i risultati si sono visti. Sassari si è affidata all’esuberanza di Pozzecco, un allenatore che non allena: un motivatore, al massimo, empatico, prorompente, non ingombrante; uno che, per giocare il suo basket, nessuno schema, nessuna lavagnetta nei timeout, nessuna spiegazione tecnica, ha bisogno di giocatori di playground, abituati a decidere in un momento per sé e per sé soli: un vantaggio, se l’intelligenza cestistica abbonda come a Sassari, un freno se, per qualunque motivo necessitasse uno stimolo in più. Sopra tutti, però, il magnifico Sacchetti di Cremona che, squadra, corta e piccola, ma entusiasta ed allegra, ha mostrato la più bella pallacanestro dell’anno. Vinvendo anche: la CoppaItalia contro le corazzate che tali non si sono dimostrate.

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