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Quel “Tipo non comune” di Tom Hanks

Tom Hanks non è solo il meraviglioso attore  che da corpo al personaggio del capitano JohnH.Miller in “Salvate il soldato Ryan” o il tenero, commovente Forrest Gump del film omonimo; e nemmeno il dolente killer solitario, Michael Sullivan, di “Era mio padre” né lo stralunato professor G.H.Dorr di “Ladykillers” e nemmeno il picaresco Viktor Navorsky de “The terminal”. Si potrebbe, naturalmente continuare all’infinito (o quasi), con il Robert Langdon della serie tratta dai libri di Dan Brown “Il codice da Vinci”, “Angeli e demoni” e “Inferno” o il grigio, spento ma determinato James Donovan de “Il ponte delle spie” o il naufrago Chuck Noland di “Cast away” o il determinato e combattivo avvocato Andrew Beckett di “Philadelphia”. E non è nemmeno, o solo il produttore, il regista e lo sceneggiatore di “Polar express” o “Band of brothers” o “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Tom Hanks è anche l’autore di questo “Tipi non comuni”, scritto con una vecchia macchina da scrivere della sua collezione (così dice la leggenda e si sa, quando a Hollywood, come nel vecchio west, la leggenda incontra la realtà, è la leggenda che vince).

Diciassette racconti, schegge, piccole storie di amarezze ed ambizioni, di fatiche e desideri e di tanta, a volte liberatoria, a volte inconsapevole, comicità. Diciassette frammenti di un’America dolente e periferica, storie di persone, non personaggi, comuni, persone sconfitte, dalla vita, dall’amore, dalla guerra. Diciassette istanti di vita vissuta, istanti di vita non vissuta, di vita che si vorrebbe vivere, ma non si riesce. Perché la vita è così, è qua, ti sembra di toccarla, di poterla conquistare, manca così poco, così tanto poco. Ma quel poco è infinito, può diventare invalicabile, un muro che non si vuole fare scalare e che ti respinge, duro, ripido, aspro.

Certo, si resta colpiti, dalla capacità, facilità e felicità di scrittura di quello che abbiamo sempre visto come e solo un grande interprete. C’è molto della grande scuola minimalista, quella di Raymond Carver per intendersi e dei suoi migliori epigoni (soprattutto l’Anne Beatty di “Gelide scende d’inverno”), nella mise-en-scène di questo teatro della vie humaine. E c’è tanto, tantissimo, della nuova letteratura statunitense (pensiamo all’Edward Williams di “Stoner” o all’Evan S.Connell di “Mrs.Bridge”, ad esempio) nei suoi personaggi, incolori, dimessi, o anche brillanti, a loro modo, ma di quel brillante da apache di balera di periferia, da frequentatore di motel sperduti nel grande nulla delle praterie del west, da bagnante di spiagge desolate e inquinate. C’è il reduce di guerra (che guerra, non importa, ma siamo nel ’53 e dev’essere la seconda), storpiato nel fisico e nell’anima, c’è il modello miracolato che si ritrova attore di successo abbandonato nel beo mezzo del suo tour promozionale europeo; c’è il giornalista deluso protagonista (protagonista?) di più racconti quasi fosse il trait d’union che tiene legato il tutto) e il surfer adolescente che vive la scoperta della vita da adulto; c’è la divorziata ancora attraente che, is a kind of magic, ha visioni sul suo futuro alle prese con un trasloco che cambierà la vita sua e dei suoi figli e ci sono i quattro amici che rappresentano perfettamente il meltingpot emozionale e sessuale degli States che si inseguono raccontando se stessi ed il loro circoscritto mondo in più momenti.

Personaggi che non ci stupiremmo di vedere prossimamente interpretati sul grande schermo dallo stesso Hanks; ma anche persone, che non fatichiamo a riconoscere in tanti personaggi già interpretati dallo stesso attore in tanti movies di successo. Personaggi, e persone che vivono la vita, questi minimi segnali di vita, con ottimismo, allegria e consapevolezza che la vita può sì essere difficile, ma che sia anche possibile viverla con serenità, curiosità e, perché no, allegria.

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