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A me De Cataldo non piace. Una scrittura troppo vecchia, troppo banale, troppo inutile, la sua. Per intendersi, scrive come scriverebbe mia nonna (questo no, mia nonna era non dico analfabeta, ma aveva solo la terza elementare e lo scrivere, per lei, era roba da letterati, da laureati, da gente che avesse studiato) e non credo nemmeno che le sarebbe piaciuto, sempre a mia nonna, leggerlo (per leggere, lei leggeva, e tanto: ricordo che all’ultimo le piaceva “Conan” di Robert E.Howard, le regalai tutta la saga e ci scambiavamo i romanzi e sapessi dove li ho messi, mi piacerebbe rileggerli).

E quindi un po’ ero perplesso da questo “Giochi Criminali”, raccolta di racconti, gialli appunto, a quadruplice firma (DeCataldo, DeGiovanni, DeSilva, Lucarelli) appena, è l’estate bellezza, rieditati da Einaudi.

Poi l’antica sodalità per Carlo (Lucarelli) ha prevalso e quindi …Quindi eccoli qua questi racconti che vedono agire, investigare, proporsi a deus ex machina o protagonisti i personaggi altrimenti conosciuti dei quattro scrittori: la professoressa Blasi (“Medusa” di Giancarlo DeCataldo), il commissario Ricciardi (“Febbre” di Maurizio DeGiovanni), l’avvocato Malinconico (“Patrocinio gratuito” di Diego DeSilva) e l’ispettore Grazia Negro (“A Girl Like You” di Carlo Lucarelli).

Ma entrando nello specifico dei quattro racconti, iniziamo proprio da DeCataldo e dalla sua medusesca professoressa protagonista di, appunto, “Medusa”, una donna che al di là degli intenti dello scrittore, non riesce a giustificare né le premesse né le promesse dell’autore né tantomeno a soddisfare le aspettative del lettore (e a nulla vale il promettente incipit, “… Emma detestava i gatti. Considerava il binomio donna-gatto corrivo e scurrile. Peggio: melenso. Roba buona per le bambine con il fermacapelli perse dietro la principessa Sissi …”, il resto, subito dopo, torna alla norma della scrittura di DeCataldo: piatta e noiosa e caratterizzata dalla adrenaliticità e fantasia che può regalare la lettura della lista di una spesa vegana; naturalmente, però, chi apprezza l’autore, troverà il racconto soddisfacente per le proprie aspettative).

Allo stesso modo soddisferà il lettore assiduo o anche solo affezionato, il racconto di DeGiovanni, “Febbre”, in cui il commissario Ricciardi (novello Dante alle prese con la propria personalissima comedia, “… preferisco sopportare da solo il peso di vedere decine di morti mischiarsi ai vivi nelle strade, fermi agli angoli in una giornata di primavera, o sotto la pioggia dell’autunno, immobili con le ferite sanguinanti e la vita che fluisce fuori dai corpi martoriati, a ripetere senza sosta l’ultimo mezzo pensiero amputato, solo per i miei occhi e per le orecchie del mio animo straziato …”) si trova ad indagare nell’ambiente del lotto napoletano, delle sue credenze e delle sue superstizioni, delle sue cabale e dei suoi assistiti, delle sue ricevitorie e delle sue bische clandestine in una Napoli bellissima e crudele, avvolgente e refrattaria, una città che pare invasa da innumerevoli febbri con “… i reduci che tornavano dal fronte esibendo mutilazioni bluastre mal fasciate, bende su orbite svuotate da bombe e schegge, espressioni straziate da orrori mai immaginati prima ed ora impressi per sempre nella memoria …” e assai pericolosa con “… le squadre nere la attraversano marciando e cantando a squarciagola …”.

Per DeSilva, e il suo “Patrocinio gratuito”, il discorso cambia. Ammetto la mia ignoranza (non conoscenza), di questo DeSilva non avevo letto nulla prima. E nulla leggerò da adesso in poi. Certo il racconto non è la prova più semplice per uno scrittore, troppo esiguo lo spazio a disposizione per dispiegare in pieno la propria prosa e declinare in pieno la propria poetica. Però, proprio per questi stessi motivi, il racconto è il banco di prova inequivocabile delle capacità di un autore. Autore che, in questo caso, fa chiedere perché abbia avuto la possibilità di pubblicare. Malignando, si può ipotizzare una stampa in proprio (quanti pagano il proprio libro d’esordio) o una qualche forma di voto di scambio o, ancora, l’esistenza di rapporti parentali tra editore ed editato. Al di là delle battute, resta la sensazione che chiunque (ma davvero chiunque chiunque), basterebbe essere disabituati alla lettura e non nutrire alcun interesse alla scrittura, alle sue regole ed alla sua bellezza, potrebbe scrivere le stesse cose allo stesso modo e con gli stessi risultati. Piatta e banale la prosa, piatta e banale la storia, piatti e banali se non ridicoli i personaggi, il modo in cui parlano, le motivazioni che li spingono, addirittura il modo in cui le rispettive personalità vengono cesellate. Facendo dubitare possa questo racconto soddisfare le aspettative di chiunque.

Rimane Lucarelli. Lucarelli e la sua Grazia Negro alle prese con questa “A Girl Like You”. Nulla di nuovo, nemmeno in questo caso. Anche Lucarelli è sempre lui. Ma che classe, che capacità di scrittura, che gestione degli spazi e dei tempi. E che voglia, che urgenza, che lascia in chi legge di continuare a leggerlo per sapere come finirà (la storia del racconto, lasciata volutamente aperta per un futuro, si spera, continuum, e la storia dell’ispettore Negro alle prese con una, duplice, maternità). Un maestro, un gigante tra pigmei.

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