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Ricomincio dai “Perché”

Lo scorso 7 marzo la sezione lavoro del tribunale di Torino ha confermato il licenziamento di una dipendente della società Cidiu – che gestisce i rifiuti della zona Ovest di Torino – colpevole di aver “rubato” un monopattino tra i rifiuti per regalarlo al figlio di 8 anni.

Il giudice pur valutando il licenziamento della donna un “provvedimento eccessivo” e quindi non rientrante nella fattispecie della “giusta causa”, non ha disposto il reintegro al lavoro ma il semplice pagamento di un indennizzo di 18 mensilità applicando le disposizioni della legge Fornero in base alle quali anche se il licenziamento è senza giusta causa ma il fatto sussiste non è previsto il reintegro.

Una storia di quotidiana “ingiustizia” in un Paese dove anche il principio del “buon senso” spesso e volentieri viene interpretato alla rovescia.

Una storia difficile da capire e da digerire per diverse ragioni, ma che – a mio avviso – sintetizza in maniera esemplare e “tragica” uno dei principali motivi alla base della crisi che sta attraversando la sinistra in Italia e in Europa:  il totale scollamento con i valori, i principi, le problematiche e le persone che si ambisce a rappresentare.

Se una palese storia di ingiustizia sociale – un’intollerabile prevaricazione da parte di un’azienda nei confronti di una dipendente che dopo 11 anni di lavoro all’improvviso viene messa alla porta perché voleva regalare a suo figlio il “rifiuto” di qualcun’altro  – diventa “legale” grazie ad un provvedimento votato a stragrande maggioranza dal centro sinistra (e quello stesso scellerato principio – l’indennizzo che sostituisce il reintegro – viene ribadito e rafforzato all’interno della riforma del lavoro proposta e approvata dal governo e dalla maggioranza parlamentare del PD) allora si capisce bene che la sconfitta – oltre che politica – è prima di tutto culturale.

Si capisce che non è semplicemente una questione di “Renzi o non Renzi”, di “mucche nel corridoio” e “fagiani sul tetto”, ma si tratta di qualcosa di più profondo. Di qualcosa che, a pensarci bene, è più difficile da accettare che da capire.

Perché ci si può anche scandalizzare davanti il cinismo dei dirigenti della Cidiu, ma che credibilità si ha se quel licenziamento è reso possibile da una norma che tu hai votato? Cosa vai a dire ai lavoratori di quell’azienda?

La verità, purtroppo, è che da molto, troppo tempo, la sinistra in Italia e in Europa ha abdicato ai valori, ai principi e alle lotte politiche che da sempre ne legittimano l’esistenza e lo ha fatto in cambio della possibilità di sedere al “tavolo del governo”.

Ma che senso ha la “la Sinistra” quando smette di rappresentare “gli ultimi”, i più deboli, gli sconfitti dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale, quando smette di riflettere sul mondo che ha intorno e invece di proporre – o quanto meno provare a proporre – delle soluzioni per ridurre le crescenti diseguaglianze sociali si erge a stenua difensore dello status quo?

Prima dei nomi, prima del prossimo segretario, della prossima sterile conta interna, del prossimo movimento o partito, della prossima insensata lotta generazionale credo sia fondamentale ripartire da qui. Dal definire i “perché”. “Perché” facciamo politica? “Perché” si vuole competere per il governo del Paese, delle Regioni e dei Comuni? Per fare cosa? Per rappresentare chi? quali istanze? Quali idee?

E’ un lavoro lungo. E’ un lavoro faticoso. Ma è l’unica strada per ricostruire qualcosa di “sensato”. Di “credibile”.

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