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“Rivoluzione demografica” e “Democrazia affettiva”: due facce della stessa medaglia?

Quanto risulta utile oggi parlare di stato moderno senza comprendere in esso la dimensione inconscia dei codici affettivi-familiari?

Sia inteso come modello di stato-famiglia, sia concepito come giusnaturalismo o contratto sociale, lo stato moderno necessita di condividere quella realtà che nella psico-politica è stata definita democrazia affettiva. Essa, per adottare le parole di Franco Fornari, si fonda sull’«integrazione armonica dei diversi codici affettivi che informano la struttura del potere familiare» (F. Fornari-C. Riva Crugnola-L. Frontoni, Psicoanalisi in ospedale. Nascita e affetti nell’istituzione, Milano, Raffaello Cortina, 1985). In altri termini, l’idea sociale di democrazia affettiva vuole alla sua radice la rimozione del grande problema dell’essere prevenuti o preconcetti, dando la possibilità ai cittadini di sentirsi comunità, nonché di appropriarsi di un codice veritiero dei fatti istituzionali, tramite la comunicazione, il dialogo e la parola comunitaria.

Educare, informare, dialogare con ragione e civiltà, ri-trovarsi nella logica degli eventi, della contingenza del presente e del bene futuro, sono questi i paradigmi che caratterizzano l’idea alta della democrazia affettiva. Quest’ultima ricordata anche da Gianluigi Bovini con la menzione dei fenomeni sociali odierni della “rivoluzione demografica”, della famiglia e della precarietà cronotopico-lavorativa.

L’etica insita nell’alta idea associativa di democrazia affettiva consente di dare nuova linfa al nostro sistema identitario, culturale e comunitario, isolando la forma asettica o sterile dell’individualismo, per valorizzare quel nobile grano umano della cooperazione sociale, che prevede la costruzione e il benessere dei singoli tramite la mano tesa dell’Altro.

L.V.

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