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Se una casa diventa prigione

Non possiamo, non dobbiamo costringere i nostri nonni e le nostre nonne a stare alla finestra e guardare con nostalgia quello che accade lì in strada

Non è uno scherzo, è un problema vero. E con gli anni può diventare il problema dei problemi. Diventiamo sempre più vecchi, i vecchi in molte città e in molti paesi saranno un numero molto più alto dei giovani e le case in cui abitano possono diventare delle prigioni.

Perché? Perché non hanno gli ascensori, e un anziano su tre con problemi motòri (cioè di movimento e di articolazione non di rombo da gran premio) preferisce non uscire e affidarsi ad altri per fare la spesa o far sbrigare faccende in cui non è necessaria la sua presenza.

Le statistiche sono crudeli: nel giro di 30 anni in molte comunità gli over 65 saranno quattro volte gli under trenta, in altre solo (si fa per dire) tre volte ma l’emergenza non cambia. E’ una emergenza non solo economica perché come si può immaginare aumentano i carichi pensionistici e di assistenza, ma anche i carichi sociali perché un cosiddetto anziano con ridotta capacità di movimento autonomo, sviluppa una predisposizione piuttosto comprensibile a non uscire di casa se deve fare tre quattro rampe di scale. “Chi me lo fa fare di scendere per quattro piani, ma anche tre, e poi risalire altri 30 o quaranta gradini per andare a fare un giro al parco o prendere il giornale”.

La statistica pone una riflessione sull’adeguamento abitativo: diventiamo vecchi ma le nostre case lo sono già. Soprattutto nei centri storici delle nostre amate città, che diventano loro stesse per molte classi di età over 65 delle prigioni.

Le case vecchie senza ascensori diventano o possono diventare automaticamente delle prigioni in città che imprigionano cittadini: non è una bella prospettiva.

L’altro giorno mi è capitato di entrare in un grande palazzo del centro storico di Bologna e solo per arrivare dal piano stradale al grande atrio colonnato, da dove si diramano i corridoi e le altre scale padronali, ho contato 12 gradini, anzi gradoni. E lì non c’è ascensore che tenga. Ma anche nei palazzi meno nobiliari e più popolari, le scale e l’assenza dell’ascensore sono un problema: case popolari attorno all’Ospedale Sant’Orsola sempre a Bologna con 16  gradini per rampa/piano non sono uno scherzo. Case di cento anni, abitazioni fatte tra le due guerre del secolo scorso e quindi con sistemi e requisiti che non prevedevano quello che sarebbe successo: e cioè che i nonni sarebbero stati più dei ragazzi, che le nonne sarebbero state più delle giovani.

Ci vorrebbe dunque un grande piano di adeguamento strutturale delle nostre case, come da tempo sottolineano anche gli Imprenditori delle Costruzioni,  per consentire ai nostri nonni e alle nostre nonne che abitano al terzo al quarto e al sesto piano di uscire e andare al bar, fermarsi sotto il portico e bagolare con il conoscente, fermasi a vedere cosa succede in un cantiere vicino, di andrae all’edicola e comprare il giornale, fare vita sociale come se non  avessero problemi al ginocchio e all’anca.

Non possiamo, non dobbiamo costringere i nostri nonni e le nostre nonne a stare alla finestra e guardare con nostalgia quello che accade lì in strada. La strada è anche loro.

Riqualificare e rigenerare le case del centro che non hanno elevatori e ascensori per consentire a tutti gli abitanti di avere le stesse possibilità di vita: cioè vivere senza limitazioni.

Già la vecchiaia per molti è una mezza prigionia, evitiamo di farla doppia solo perché ci avvolge l’indolenza o non abbiamo idea da dove cominciare.

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