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Speranza e disperazione, gli scatti del “fotografo dei rifugiati”.

In questi giorni è venuto a mancare Yannis Behrakis, conosciuto come il “fotografo dei rifugiati”, famoso per aver documentato le immagini più atroci e commoventi delle guerre e tragedie del mondo. Testimone per quasi trent’anni del movimento di massa di oppressi, torturati, minacciati. Il suo reportage sulla crisi dei rifugiati in Siria e in Afghanistan gli è valso il premio Pulitzer dell’agenzia di stampa Reuters nel 2016.

In questo periodo la nostra città ci offre l’opportunità di poter ammirare i suoi scatti; mi riferisco alla mostra “Paths of hope and despair” allestita presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Bologna (via Filippo Re, 6), che espone oltre 40 sue fotografie legate al tema della migrazione.

Una galleria di istantanee che parlano di disperazione, ma anche di coraggio e speranza. Attraverso  il suo obiettivo, Behrakis racconta storie profondamente emozionanti di donne, uomini e bambini che hanno lasciato le loro case, percorrono centinaia di chilometri, attraversano il mare, per raggiungere destinazioni sconosciute, con l’obiettivo di ricercare una vita sicura. Immagini che hanno più forza di qualunque racconto.

Affermava spesso che la missione di un fotografo di guerra è quella di “Assicurarsi che nessuna possa dire: non lo sapevo”, ed effettivamente, almeno per quanto mi riguarda, è impossibile  rimanere indifferenti di fronte alla disperazione riflessa nello sguardo di un bambino, all’atroce dolore di un padre o di una madre, all’angoscia negli occhi di un uomo che chiede aiuto. Impossibile voltare lo sguardo dall’altra parte.

Molte sono le foto che ritraggono bambini. La condizione dell’infanzia nei paesi dilaniati da guerre è altamente critica. Sono coloro che ne soffrono di più e ne subiscono conseguenze che si protraggono ben oltre il conflitto stesso.

Secondo il  rapporto “The war on Children” (2018) di Save the Children, sono più di 357 milioni i bambini al mondo che vivono attualmente in zone colpite dai conflitti, un numero cresciuto di oltre il 75% rispetto all’inizio degli anni ’90. Circa 165 milioni– quasi la metà del totale – si trovano in aree caratterizzate da guerre ad alta intensità e costretti a fare i conti con sofferenze e privazioni inimmaginabili.
Un sorriso però lo strappa la foto di una bimba che ride divertita mentre viene “lanciata in aria” da due uomini in un campo profughi.

Ma è l’immagine simbolo della mostra (di testa a questo articolo), che diventa icona del lavoro di Behrakis; un padre tiene in braccio e bacia la sua bambina mentre attraversa a piedi sotto la pioggia il confine tra la Grecia e la Macedonia.

Di questa foto Behrakis disse: “ È la prova che esistono i supereroi. Non indossano mantelli rossi, ma un mantello ricavato da un sacco della spazzatura. Eppure quest’uomo è il padre universale, la dimostrazione di quanto può essere grande l’amore tra padre e figlia”.

Consiglio di vedere questa mostra, ancora qualche giorno a disposizione c’è (è stata prorogata al 30 marzo), è  uno spaccato di realtà che non possiamo ignorare né dimenticare.

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