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“Storia umana della matematica”

Prodromo.

“Matematica discreta”  di Seymour Lipschutz della collana Schaum (lo studio dei sistemi finiti fondamentale nell’era dei calcolatori) lo compravi da Pitagora; se facevi Ingegneria, in via Saragozza, mentre se facevi Fisica o Matematica, in via Zamboni che era dove adesso c’è “Al Risanamento” (bottega prima, bottega dopo), l’imperdibile enoteca di Francesco Barsotti.

Postulato ed Assiomi. Il primo anno e mezzo di università, passato tra Ingegneria, una breve parentesi a Fisica per poi finire a Matematica senza che nessuna di queste esperienze avesse un seguito, è quello che, anche se allora non avrei potuto immaginarlo, ha indirizzato la mia vita (la mattina della prima lezione di Ingegneria, ero iscritto ad Elettronica, alle 9 c’erano seicento persone accalcate sui gradoni dell’aula Magna di Viale Risorgimento; trovato un posto defilatissimo, mi scappò detto “… quanta gente … e non c’è nemmeno una ragazza …”. Chi mi rispose che gli studenti arrivavano alle sette per trovare un posto centrale e vicino alla cattedra e che invece un paio di ragazze c’erano ma l’anno prima davvero non ce n’era nemmeno una, era Gughi. Trovai così un amico e chi mi rimise in contatto con la colonia di pescaresi alcuni dei quali, Mariano, Piero, Peppe, conoscevo già dalle elementari e medie).

Lo so, con il senno di poi la domanda dovrebbe essere perché tanta perseveranza sfociante nella cocciutaggine. Il fatto è che a me la pura speculazione matematica apparentemente fine a se stessa, è sempre piaciuta e “mi veniva pure bene”; il problema è che altrettanto mi piaceva, e pure questo regalandomi soddisfazioni, l’approccio alla letteratura ed all’umanesimo in generale. Erano però gli anni in cui per una famiglia che “… per quanto grande fosse aveva in me il primo che studiasse … (chiedo perdono per la citazione arrangiata) laurearsi in una materia scientifica lasciava presagire il mitico posto fisso. Avessi comunque continuato ad abitare a Perugia, credo che una bella e sudata laurea in lettere Moderne sarebbe stato il futuro più certo. Tornammo però a Bologna dove già Andrea, mio cugino, studiava Ingegneria e quindi … Al cuore però (e per una volta alla ragione) non si comanda e così alla fine Lettere e DAMS furono.

Enunciato. Quanti ricordi, questi appena raccontati, indotti dalla lettura di “Storia umana della matematica” e “Almanacco del giorno prima”  di Chiara Valerio (matematica, redattrice di blog, di Amica e di Robinson di Repubblica, scrittrice per teatro e radio, sceneggiatrice di “Mia madre” di Nanni Moretti e de “La tenerezza” di Gianni Amelio, direttrice culturale di “Tempo di libri”  la fiera del libro milanese).

La matematica, infatti, intesa sia come risposta alla domanda fondante “…se la letteratura nasce quando qualcuno urla al lupo e il lupo non c’è, e la fisica inizia quando qualcuno capisce come accendere il fuoco strofinando le pietre, la matematica quando nasce? …”  (e la risposta potrebbe essere che “… la matematica nasce perché gli esseri umani sono fatti della stessa sostanza di cui è fatto il tempo …”) è la base formante della scrittura della Valerio.

E se, nella “Storia umana …”, la Valerio per rispondere alla domanda avvincente e vertiginosa sulla nascita della matematica prende a modello le vite di sette matematici (János Bolyai che risolse il problema delle parallele grazie alle intuizioni del padre Farkas Bolyai anch’esso matematico; Mauro Picone; Alan Turing, lo svelatore di Enigma; Norbert Wiener, padre della cibernetica; Lev Landau, fisico e matematico che fu salvato dopo un incidente oltre che dall’intervento al suo capezzale dei migliori medici da quello dei fisici più preparati di tutte le Russie) perché “… la matematica è una forma di immaginazione che educa all’invisibile e ripercorrere le vite di chi ha così esercitato la fantasia ci permette quella grammatica che descrive e costruisce il mondo …”, nell’ “Almanacco …” racconta la storia di Alessio Medrano che “… da bambino costruiva tabelline con i sassi e controllava, da un anno all’altro  che dall’elenco del telefono non fosse scomparso nessuno …” e che oggi a trentacinque anni sul comodino conserva una copia della “Matematica discreta” di Lipschutz (ecco la farfalla che ha battuto le ali) e della matematica ha fatto un mestiere e sta creando un fondo finanziario molto conveniente: compra, per poi rivenderle, le polizze di clienti che non vogliono più pagare la propria assicurazione sulla vita. O non possono. È un investimento sicuro perché “… le persone si fidano di me perché dico loro una cosa che già sanno, e cioè che tutti muoiono …”. Ma più che di morte, Alessio preferisce parlare del tempo che rimane (“… il tempo è fatto solo di tempo, lo spazio solo di spazio, l’amore solo di amore: grandezze omogenee …”). Solo che le vite non sono tutte uguali e non tutti i rischi possono essere previsti. Quando si trova a contrattare la polizza di Elena Invitti, nell’equazione compare l’incognita per eccellenza: l’amore (“… quando Janak gli avrebbe domandato chi fosse per lui Elena Invitti, Alessio, con un tono nostalgico, passato, anzi trapassato, col tono di chi fosse stata per lui Elena Invitti, avrebbe risposto compunto che la domanda era mal formulata, e che di certo al chi non avrebbe saputo rispondere. Avrebbe potuto tuttavia essere chiaro sul quanto fosse stata per lui Elena Invitti, ecco a questa domanda avrebbe potuto rispondere facilmente. Tutto, dove Tutto, come spesso nelle cose umane, significa Molte cose …”).

Teorema. Leggere Chiara Valerio mi ha riportato alla matematica della mia giovinezza, al senso di genio, di gratitudine e di gioco che sempre dovrebbe accompagnare lo studio. Allo stesso tempo, e più maturamente forse, mi ha fatto riassaporare le stesse sensazioni ed emozioni vissute, da lettore, quando incontrai per la prima volta Aldo Busi ed il suo, primo per me allora, “Cazzi e canguri, pochissimi i canguri” (dopo vennero per me lettore molti altri tra cui il “Seminario sulla gioventù”)). Libri che, pur dicotomici con questi della Valerio, mi fecero pensare, allora, la stessa cosa che ho pensato con invidia ora: ma quanto scrive bene questa.

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