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Surfando tra libri e film

Le cose non succedono mai per caso. Guardando la cosa da un altro punto di vista, le coincidenze accadono. Ed esistono. La settimana scorsa, parlando di “Tipi non comuni”, la bella ed inaspettata raccolta di racconti che segna l’esordio narrativo di Tom Hanks, uno dei racconti che più mi aveva colpito era “Benvenuto su Marte” dove Marte è il nome di una spiaggia famosa per essere un buon frangente per le onde, onde perfette da sudovest, da surf (“… dopo aver cavalcato una serie di onde di cui smise presto  di tenere il conto, Kirk si scoprì stanco e decise di riposare sul line-up. E non appena il sole si staccò dall’orizzonte finalmente vide dall’acqua il tettuccio dei furgoni e il camper di suo padre nel parcheggio, i tetti dei negozi al di là della stratale e, più oltre, le colline pietrose punteggiate di cespugli. Il blu dell’oceano contrastava il cielo sempre più chiaro, e intanto Marte  prendeva le tonalità seppia di una vecchia fotografia di qualche leggendaria località surfistica alle Hawaii o alle Fiji: un’immagine che, perdendo i colori, li virava in una sola tinta legnosa, il verde delle montagne tramutato in sfumature di gialli e marroni …”).

Leggendo quelle pagine, per me che sono praticamente nato in un posto di mare (Pescara) all’alba dei favolosi sixties, è tornato in mente tutto, tutta la vita che c’è stata, tutta quella che non c’è stata, tutta quella che ci sarebbe potuta essere. Mille storie e altrettante acque, mille venti e qualche nuotata in più. La tavola, però, quella no, non c’era, quelle, le tavole, sono venute dopo, almeno da noi in Italia.

E forse è per questo che mi sono tornate in mente le parole di un grande scrittore che parlava del libro di un altro grande scrittore: “… «Giorni selvaggi» di William Finnegan mi ha fatto capire che ho buttato via la mia vita … e mi ha anche spiegato perché: non ho mai surfato …”. Lo scrittore di cui si parla, ovvio, è William Finnegan, l’autore del fortunato, appunto “Giorni selvaggi” premio Pulitzer 2016 mentre lo scrittore che parla, e rimpiange il surf, il sole, il mare e la vita, è Geoff Dyer l’autore britannico di “Natura morta con custodia di sax”, “L’infinito istante ”, “Amore a Venezia, morte a Varanasi”, “Il sesso nelle camere d’albergo”. E forse ancora è per questo che in queste fredde mattine rischiarate dal lucore abbacinante di un manto di neve che, almeno nel giardino, è ancora inviolato, ecco qua, a scaldarmi il cuore e liberare la mente, un vademecum, corto e breve per quel che conta, dei migliori libri, e film, sul surf.

In primis, e come potrebbe essere altrimenti, la serie del grande Don Winslow, “La pattuglia dell’alba” (l’investigatore privato ed eventuale buttafuori al Sundowner Boone Daniels, il bagnino Dave the love god, l’ hawaiano High Tide, il poliziotto sinoamericano Johnny Banzai e il gestore di un negozio da surf Hang Twelve) e “L’ora dei gentiluomini” (ma di surf si parla, anche se non ne costituisce l’anima fondante, ne “L’inverno di Frankie Machine”), in cui “…Boone e Dave hanno appena finito una battuta di pesca in apnea notturna. La zona è infestata da squali bianchi, Boone ha rischiato di non tornare in superficie prigioniero in una grotta sommersa. Però tutto è andato bene, hanno mangiato tacos di pesce, una tortilla di farina con il filetto del tonno pinne gialle appena pescato, e adesso si godono la notte e la brezza leggera di questo fine agosto; restano in silenzio per qualche minuto, respirando la notte e l’aria calda e salata. L’estate sta finendo lentamente, e finiranno anche le giornate fiacche e il mare torpido. I venti di santa Ana cominceranno a soffiare, producendo grandi onde e pericolo d’incendi, poi seguiranno le mareggiate autunnali, e il freddo, e l’aria sarà di nuovo fresca e limpida – la condizione migliore , per un surfista, per trovare onde e venti, n.d.r. – . Eppure, c’è sempre una certa tristezza nel finire dell’estate …”.

E poi un’altra serie, selvaggia e violenta, violenta e dark, “Surf City” (in cui, romanzo teso e oscuro di formazione, di indagine, di ricerca, il giovane Ike arriva nell’assolata California dalla sua cittadina abbandonata nel deserto alla cerca della sorella Ellen scomparsa, certo, ma più ancora di se stesso; e come in tutti i romanzi simili c’è, forte, la presenza di un master, in questo caso Preston un local di Huntington Beach, cittadina del sud, dalle parti della Baja, caratterizzata da “… un sole abbagliante … olio di cocco che fa luccicare i corpi abbronzati delle ragazze … la città del surf sulla costa sud della California … dove i maestri della tavola insegnano a domare le onde … ma SurfCity non è solo il suo volto solare ma anche un mondo notturno che canta la vitalità di un mondo cupo e violento …” che accompagna il protagonista in una discesa ardita agli inferi e in una lunga, dolorosa, risalita (e chi in queste parole ci sente un po’ di Battisti ha ragione e vince … una lezione di surf con Stacy Peralta: vi piacerebbe, eh?, ma non è vero, sarebbe bello, ma non è proprio possibile) e “Pomona Queen” opera di Kem Nunn (scrittore e surfista, o forse surfista e scrittore, e premio Edgard Award).

Passando ai film, non si possono non citare i più iconici, “Un mercoledì da leoni” di John Milius e “Point Break” di Kathryn Bigelow, talmente celebri da non doverne nemmeno parlare, mentre più interessanti sono gli altrettanto famosi, tra gli appassionati, ”Dogtown and Z-Boys”, un documentario del 2001, diretto da Stacy Peralta, uno degli ex componenti degli Z-Boys stessi (la storia, ambientata nel 1975, riprende da vicino l’evoluzione dello skateboarding avvenuta a Los Angeles ad opera della crew degli Z-Boys, delle loro incursioni nelle piscine vuote dei ricchi di Beverly Hills dove mettono a punto le nuove tecniche) e l’hollywoodiano ”Lords of Dogtown” un film del 2005 diretto da Catherine Hardwicke, scritto dallo stesso Stacy Peralta già autore del documentario Dogtown and Z-Boys.

Più difficili da trovare ma altrettanto importanti, ”Riding Giants” film documentario del 2004 diretto da Stacy Peralta, uno dei più famosi documentari sul surf, al quale hanno collaborato surfisti importanti quali Laird Hamilton e Greg Noll, o ”Chasing Mavericks” film del 2012 codiretto da Curtis Hanson e Michael Apted, incentrato sulla storia vera del surfista Jay Moriarity o ”Blue Crush”, film del 2002, diretto da John Stockwell con Kate Bosworth, Matthew Davis, Michelle Rodrigueze o ”Soul Surfer”, film drammatico del 2011 di Sean McNamara con AnnaSophia Robb, Helen Hunt, Dennis Quaid e Carrie Underwood basato sulla storia vera della surfista Bethany Hamilton, che all’età di 13 anni perse il braccio sinistro a causa di un attacco di uno squalo o l’australiano ”Drift – Cavalca l’onda” film del 2013 diretto dalla coppia Morgan O’NeillBen Nott con Myles Pollard, Xavier Samuels e Sam Worthington. Naturalmente, romanzi e film sul surf sono praticamente infiniti, ma ci piace chiudere con una curiosità. In “FBI operazione gatto” della Disney, il ragazzo della figlia dell’allegra famigliola, interpretato da Tom Lowell, viene, nell’insipido doppiaggio italiano, chiamato “Canoa”, quando ben visibile sul tetto della sua station wagon campeggia una longboard da almeno quattro metri.

 

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