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Lo chef Mario Ferrara, anima del rinomato ristorante bolognese “Scaccomatto” (via broccaindosso, 63), è noto per le sue prese di posizione e per le frequenti collaborazioni con le tante associazioni cittadine in favore di quanti si trovano in condizioni di fragilità. Lo abbiamo visto negli anni passati insegnare il proprio mestiere a ragazzi in via di recupero da dipendenze per un progetto ministeriale e qualche settimana fa ha cucinato con la CNA a sostegno delle Cucine Popolari.

Quando le Sardine sono scese in piazza a Bologna per la prima volta, il 14 novembre scorso, ha rilasciato un’intervista in cui esprimeva il proprio appoggio, invitando i ragazzi che avevano organizzato la manifestazione a cena nel suo ristorante. Una presa di posizione che lo ha reso oggetto anche di aspre critiche sui social e che gli è valsa il nomignolo di “chef anti-salvini”.

Siamo passati a trovarlo e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

Il Due Agosto nei giorni della globalizzazione del terrorismo. La silenziosa marcia verso la stazione pensando ai cortei, ai fiori, alle lacrime ancora fresche delle tante città sorelle di Bologna. Un assurdo gemellaggio del dolore, ma anche un fortissimo gemellaggio della lotta per battere tutti i terrorismi. Il “Bologna non dimentica” che, nella calda mattinata bolognese, diventa un “Parigi non dimentica”, “Bruxelles non dimentica”, “Nizza non dimentica”, “Dacca non dimentica”, “Ankara non dimentica”….e si potrebbe continuare quasi all’infinito tanto è infinita questa scia mondiale del terrore. Le Monde ha pubblicato l’oscena contabilità di morte del terrorismo: solo dal giugno 2014 (data di proclamazione del “califfato”) in tutto il mondo l’Is e i gruppi affiliati hanno provocato la morte di oltre 1600 persone se si sommano gli attentati commessi al di fuori del suo territorio e le esecuzioni di ostaggi, perlopiù avvenute nel deserto tra la Siria e l’Iraq. Persone innocenti, che andavano in ferie, o al lavoro, o in discoteca o al bar, esattamente come le 85 vittime della stazione. Persone di tutti i paesi e di tutte le etnie, esattamente come i morti del Due Agosto. Forse, con un po’ più di coraggio, la manifestazione di quest’anno sarebbe potuta diventare una occasione di solidarietà e presa di coscienza collettiva con le nuove vittime delle orrende stragi che si sono susseguite nel mondo. Forse si sarebbero potuti invitare i gonfaloni e i sindaci di altre città colpite dai terroristi del 2000. Si sarebbe potuto dare un segnale visibile, forte a livello europeo che Bologna è sempre in prima fila a difendere la libertà e la giustizia di tutti come ha saputo difendere la propria. Comunque, sicuramente, ognuna delle migliaia di persone che stamattina sono andate al corteo di Bologna ha fatto questa triste associazione di idee. Tutti hanno pensato a quella bomba che è sulla nostra pelle e nei libri di storia e a queste bombe che sono ancora calde. Ma tutti, siamo sicuri, hanno anche pensato e sperato che come ce l’hanno fatta Bologna e l’Italia ce la possono fare l’Europa e il Mondo.

Mauro Alberto Mori

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Da bambini semplifichiamo la realtà in dicotomie:  buoni e  cattivi, guardie e ladri, indiani e cow boy, è troppo faticoso ripercorrere la complessità della realtà ed accettarla, ci accontentiamo di una sintesi anche se approssimativa.

Le sfumature di grigio appartengono forse alla letteratura per soli adulti, poiché anche nella maturità prevale, a volte, una lettura manichea dei nostri gusti rispetto a quelli degli altri.

Certe piccole idiosincrasie si manifestano nel quotidiano e ci portano a dividere il mondo in due.

In particolare trovo interessante la distinzione che ho sentito fare al telefono da una canuta signora seduta in un bus cittadino ad una misteriosa interlocutrice.

La tesi della signora, gridata a gran voce, era che le persone si possano agevolmente suddividere in due tipologie antropologiche: quelli che amano le angurie e quelli che le detestano.

Inutile nascondervi che la signora disprezzava gli amanti dell’anguria e a sostegno della fazione opposta adduceva ragioni di sorprendente evidenza.

Il peso medio di questo delizioso frutto è attorno ai 5 kg, pertanto l’organizzazione della logistica in caso di anziana sofferente di artrosi (ma non solo evidentemente) puo’ essere a rischio della vita e la signora riportava casi di conoscenti morti in seguito al trasporto manuale con dovizia di particolari.

Nel racconto si era premurata di aggiungere i pericoli derivanti dall’uso di coltelli affilati per permetterne la suddivisione in fette da offrire agli ospiti, tipicamente in piatti di carta dal diametro assolutamente insufficiente ad ospitarne la forma di ingombrante mezza luna (e non solo in senso figurato).

Non aveva poi taciuto le insidie delle migliaia di semi, a volte nascosti a tradimento come ordigni in un campo minato, la cui espulsione costringe a gestualità scomode se non imbarazzanti.

Come se non bastasse la carica zuccherina e la natura succosa di questa cucurbitacea male si concilia con una gestione attenta della raccolta differenziata attirando insetti in cerca di nettari estivi.

Ancora peggio l’alternativa al consumo domestico, la signora riportava infatti di insidiosi tardi pomeriggi trascorsi ai bordi di statali trafficate e rumorose su sudici tavoli in formica a consumare fette di anguria in surreali scenari da film post-atomico.

Infine il discorso è caduto ahimè su un tema di forte attualità: l’ambiguità di genere. Il dubbio, forse un po’ puritano, era orientato a  indagare se si potesse dire il cocomero o la cocomera.

Purtroppo la signora è scesa prima che il dibattito si potesse concludere, a noi non rimane che decidere, come sempre, da che parte stare…

Krejci e Nagy, uno dopo l’altro, due fiammate sul piattume generale del mercato italiano, stagnante come non mai in queste battute iniziali di sessione estiva.

Due acquisti emblematici riguardo al proseguimento della linea adottata dal Bologna fin dall’anno scorso: giovani, bravi e pronti per l’affermazione in un campionato di caratura superiore rispetto alle competizioni affrontate precedentemente dai suddetti giovanotti. Il progetto è chiaro, ma la questione è un’altra: per la prima volta dopo anni c’è la volontà di seguire una determinata programmazione, una determinata linea di mercato che non viene stravolta ogni sei mesi.

Servivano un esterno ed un centrocampista duttile, specie dopo la partenza di Giaccherini verso Napoli. I rossoblù non hanno avuto esitazioni: bruciata la concorrenza delle (numerose) pretendenti a Latislav Krejci e sprint notturno volto a superare Marsiglia e Leicester per assicurarsi le prestazioni di Adam Nagy, ancora più appetito, tra l’altro, dopo l’ottimo Europeo disputato dalla sua Ungheria. Sarà un caso, ma appena Saputo decide di muoversi e dare il proprio assenso all’esborso economico necessario, tempo due giorni e si chiude.

In precedenza il Bologna aveva concluso le trattative relative a Di Francesco e Verdi, due giovani esterni italiani che andranno ad infoltire un reparto cruciale nel 4-3-3 classico di Donadoni, ma funzionali anche al nuovo 4-2-3-1 che il tecnico sta provando in questi giorni nel ritiro di Castelrotto. Anche qui, non sono spuntati nomi antitetici rispetto al progetto rossoblù, ma si è preferito puntare sempre sulla tipologia di giocatori descritta in precedenza.

Si chiama coerenza e di solito, se portata avanti con raziocinio, nel calcio paga.

E’ un bologna che piace quello che sta nascendo in questo mercato estivo, un Bologna giovane e quindi,(si suppone e si spera), sbarazzino, senza timori reverenziali, un Bologna che ha una cifra tecnica superiore a quella delle dirette pretendenti alla salvezza. Un Bologna che guarda al futuro con fiducia, conscio che il progetto è valido e le linee guida sono quelle giuste.

E se poi arrivasse Saponara…

Certo, se a Bologna parli (pensi) di gialli (giallisti), il pensiero corre in automatico ai grandi del genere (che poi siano anche i grandi del genere in Italia, è un  fatto assolutamente non secondario). Pensi cioè a Lucarelli (Carlo, e alla trilogia pre e post ventennio del commissario DeLuca, ai cyberkiller bolognesi, alla attuale bella serie dal sapore coloniale) o a Macchiavelli (Loriano e al suo SartiAntonioBrigadiere trasposto in video nella miniserie televisiva omonima dalla faccia bella e dolente, all’epoca, di Gianni Cavina, ai romanzi, anche sotto pseudonimo, su stragi e complotti di stato, e alla fortunata collaborazione appenninica con Francesco Guccini).

Certo, ancora, se pensi o parli di Lucarelli e Macchiavelli, non puoi non pensare o parlare del loro fortunato antico sodalizio con il Gruppo13, l’enclave alquanto esoterica (nel senso di appartenenza chiusa e supponente che la contraddistinse) che agì nell’ultimo decennio del millennio scorso e che annoverava alcuni di quelli che sarebbero diventati dei punti di riferimento del genere: Pino Cacucci, Marcello Fois, Alda Teodorani, Danila Comastri Montanari, Lorenzo Marzaduri, Gianni Materazzo, Sandro Toni, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Claudio Lanzoni e Mannes Laffi (questi ultimi due illustratori). Il fatto poi che alcuni di questi, chi per età chi perché già dottore (no, questo no, questo è il bardo montanaro che lo canta; meglio, allora, dire chi per gelosia chi per invidia chi per arroganza) uscirono dal gruppo, nulla toglie all’importanza dell’esperienza, alla sua primogenitura, al suo porsi come esempio da seguire che tanto, e tanti, ha generato, ispirato, formato.

Sto pensando ai primi adepti Rigosi (Giampiero, “NotturnoBus”), Nerozzi (Gianfranco, “Ultima pelle” e “Continuum”), anche Vinci (Simona, “Dei bambini non si sa niente”) perché no? Ma anche agli epigoni più recenti, il Matteo Bortolotti di “Questo è il mio sangue” e del curioso “Il mistero della loggia perduta” (e che, giusto per riprendere il discorso dei padri nobili, ha lavorato con Lucarelli alla fortunata serie televisiva dell’Ispettore Coliandro) o il Marco Bettini di “Color sangue” o ancora il Roberto Carboni di “Destinazione notte”. Ma un fermento così vivo, lo stesso fermento che più volte ha fatto definire Bologna come la capitale del noir (o giallo) all’italiana, non può, necessariamente, esaurire la propria forza propulsiva nelle sole punte di diamante (o di zircone). Non può, sostanzialmente, chiudersi in se stesso, senza formare, promuovere, iniziare altre pulsioni, tentativi, realtà. Ed è questo il caso, perché quelli di cui vorrei occuparmi ora, sono due outsider, lontani, per scelta di vita ancor più che professionale, dalle rutilanze, le pinzillacchere, i lustrini che sempre si accompagnano al giovane scrittore; se poi il giovane è anche emergente

Bene. I due sono uno stimato giornalista (ex) della RAI di Bologna ed un altrettanto stimato medico (anche lui ex).

Sto parlando di Pier Damiano Ori (nato a Modena, ma bolognese come ascendenze; alcuni lo ricorderanno, in TV o a passeggio sotto il Pavaglione, elegantissimo nei suoi completi in stile Saville Road, il panciotto, il papillon: una figura sicuramente notevole).

L’altro, è Roberto Casadio, medico impegnato nel sociale e personalità schiva, un tipico, come lui stesso si definisce,  figlio dello scorso millennio che, nato a Bologna, vive ormai in campagna da oltre 15 anni.

Cosa hanno in comune i due? Innanzi tutto, la passione dello scrivere. E poi quella dello scrivere giallo. Ad accomunarli, ancora, l’invenzione di due personaggi belli ed improbabili e per questo interessanti e che non puoi non sentire come amici, fratelli.

Il protagonista di Ori, investigatore sui generis, ex giornalista ed ora affittuario di parte della propria villetta nella prima 2016.06.23 - ori PIAZZA GRANDEperiferia ad una congerie di personaggi che, pur affastellati, si dimostreranno buffi, simpatici, bravi ed indispensabili, è Guido Speier, ex giornalista, come detto, ed ora investigatore obtorto collo. Le due inchieste da lui compiute, solo per ora speriamo, sono “Di applausi si muore” (ambientato nell’affollato, “… competitivo mondo dei teatri della città dove convivono palcoscenici di grande tradizione e i luoghi più radicali dell’antagonismo culturale …”) e “Piazza Grande” (ambientato nel mondo degli homeless, i barboni della città, che avevano in “Piazza Grande”, il rifugio mensa officina di via Libia, da qui il titolo, la loro nuova casa).

Il discorso cambia nel caso di Casadio. Il suo protagonista, Ronny Conti, alias Roman Petrescu, ex agente della securitate romena, clandestino con documenti falsi, in Italia dal 1990 per sfuggire alle epurazioni del dopo-Ceausescu, è, a tutti gli effetti, un dropout, un esiliato dal mondo, una figura aliena nella schizofrenia delle nostre 2016.06.23 - CASADIO CHICCOgiornate. Ma non per questo, di una figura tragica si tratta. Certo, l’ambiente in cui si muove cercando di aiutare chi è ancora più sfortunato di lui, è duro, crudo, così lontano da quello all’apparenza dorato dove si è trovato a (soprav)vivere grazie a un impiego precario come sguattero. Ma è l’umanità di cui le sue ricerche faticose e pericolose si nutrono a ridipingere, se non di rosa, di un bel colore corroborante la vita sua e quella di chi si rivolge a lui con speranza e fiducia. I titoli per ora sono cinque, “Uno di meno”, “Chicco il bello”, “Morta di fame”, “Angeli della notte”, “Un dramma familiare”.

Delle trame, di Casadio come di Ori, ovviamente, nulla racconterò, e quindi nemmeno dei personaggi, del loro intrecciarsi, inseguirsi, darsi un vicendevole “la” così fondamentale nel divenire e nel dipanarsi della vicenda.

Per invogliarvi, però, esagererò nei paragoni: e così, se per Ori potrei scomodare Vazquez-Montalban (Pepe Carvalho, nel suo villino di Vallvidrera brucia libri nel caminetto, mangia i manicaretti di Biscuter e ama, riamato, Charo mentre Speier, nel suo villino di via dei Lamponi, vive circondato da una corte dei miracoli composta da Leo ex chimico aspirante clown, Sandro ex psicologo e assatanato cinofilo e soprattutto lei, l’ingegnere Caterina Trezzi che spande luce come una batteria di riflettori  e diffonde polvere d’oro dai capelli) per Casadio il paragone, altrettanto se non più impegnativo, è praticamente scontato: siamo dalle parti di Simenon, dei suoi intonaci vecchi, i caloriferi bollenti , le abitazioni con le persone dentro, quiete, disperate, affacciate di spalle alle finestre.

I paragoni, come lo sono sempre, sono arditi. Ma se in questa lunga estate calda avrete voglia di passare un pomeriggio in compagnia di una scrittura che inevitabilmente vi diverrà amica e compagna cara, non fatevi scappare le avventure di Speier e di Ronny.

Ricordo perfettamente la prima volta che ci siamo incontrati.

Correva l’anno 2001, io ero solo un bambino, allegro e curioso come la maggior parte dei suoi coetanei. Tu, invece, avevi quel fascino proprio dei “grandi”, di quelle persone che a me, piccolo piccolo, sembravano dei vecchi giganti. Percepivo distintamente una forma di attrazione quasi morbosa nei tuoi confronti, sensazione che aumentava sempre di più con il passare del tempo. Nel mio intimo, sapevo già che non avrei più potuto fare a meno di te.

Eri bellissima nel tuo elegante abito rossoblù. D’altronde, cosa c’è di più bello dei colori del fuoco e dell’acqua, uniti a formare quel meraviglioso insieme cromatico?

Capii subito che mi sarei innamorato di te. Non facevo neanche caso alla compagine di ricconi milanesi avvolti nei loro costosi completi rossoneri. Semplicemente, non reggevano il confronto. Ma guardali, mentre si pavoneggiano sprezzanti della tua classe, intenti ad ostentare i propri portafogli sempre un po’ più grandi, sempre un po’ più pesanti, sempre un po’ più capienti di quelli di chiunque altro!

Sì, decisamente non c’era paragone.

Non dimenticherò mai la sensazione di farfalle nello stomaco, nitida dentro di me fin dai primissimi istanti che ti vidi. Bastarono 24 minuti. Fresi-Cruz, pim pum, 2-0 e ricconi travolti e tramortiti dal tuo fascino “proletario”.

Fu questa la nostra prima volta. Da quel giorno non ci siamo più lasciati, perché certi amori non potranno finire mai, Bologna mio.

Venerdì 27 e sabato 28 maggio l’Indiana University festeggerà i suoi 50 anni di presenza a Bologna e di collaborazione con l’Università attraverso il “Bologna Consortial Studies Program”.

Un programma che ogni anno dà la possibilità a 40-70 studenti americani provenienti da diverse Università – University of Chicago, Colunbia University, University of Minnesota, solo per citarne alcune – di seguire un periodo di studi a Bologna.

Per l’occasione abbiamo intervitato Andrea Ricci, direttore della sede bolognese dell’Indiana University.

Per maggiori informazioni: http://www.bcspbologna.it/

I nodi (gordiani? anche se speriamo di no) sono giunti al pettine.

Al di là delle facili metafore, dopo anni in cui si sono susseguite gestioni su gestioni tutte purtroppo disastrose (e se non è del tutto corretto considerarle tali dal punto di vista artistico, è impossibile non farlo, considerarle disastrose, da quello prettamente economico/gestionale), la governance della Fondazione Teatro Comunale di Bologna, trovatasi a gestire una situazione risultata di fatto ingestibile, non ha potuto far altro che accodarsi a quanto già accaduto a Firenze prima (Teatro del Maggio Musicale) e a Verona poi (Fondazione Arena di Verona).

E quindi, fatto questo riportato dalla stampa nazionale e locale, anche a Bologna sono state attivate le procedure che disciplinano il piano di risanamento (che al 1° comma dell’art.11 della legge 112 del 7 ottobre 2013 “… prevede che le Fondazioni che siano o siano state in regime di amministrazione straordinaria nel corso degli ultimi due esercizi, ma non abbiano terminato la ricapitalizzazione, ovvero non possano far fronte ai debiti certi ed esigibili, devono presentare un piano di risanamento, idoneo ad assicurare gli equilibri strutturali del bilancio, sia sotto il profilo patrimoniale che economico-finanziario, entro i tre successivi esercizi finanziari, ad un Commissario Straordinario appositamente istituito presso il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo con comprovata esperienza di risanamento nel settore artistico-culturale …”.

Fin qui; la pietra del contendere, però, è costituita dal fatto che tra i contenuti del piano, al punto C è compresa la norma che prevede “… la riduzione della dotazione organica del personale tecnico e amministrativo fino al 50 per cento di quella in essere al 31 dicembre 2012 e una razionalizzazione del personale artistico …”.

In sostanza, quindi, la governance del teatro ha “dato inizio ai lavori” esuberando (primo passo di un imminente per quanto futuro licenziamento) 30 lavoratori tra tecnici ed amministrativi (in questo primo step, non sono previsti da legge, interventi sulla pianta organica artistica anche se, a logica, devono essere considerati inevitabili in un’ipotetica seconda fase).

E quindi?

Quindi, in nome di un futuro che ci si augurerebbe radioso ancorché impalpabile viste le premesse, a meno di auspicati per quanto improbabili ripensamenti e/o coup de théâtre, da fine luglio (servono infatti 75 giorni tra consultazioni e tentativi di ricomposizione, in due fasi successive e distinte, prima di poter procedere ai licenziamenti) 30 lavoratori si troveranno licenziati dalla Fondazione Teatro Comunale di Bologna per essere ricollocati in ALES (Arte Lavoro e Servizi) una S.p.A. a capitale interamente pubblico.

Tutto risolto, e per il meglio, allora?

Non proprio.

Perché se da una parte, la prospettiva di poter comunque accedere ad un impiego garantito, potrebbe dare tranquillità agli interessati, dall’altra la farraginosità della procedura, il fatto che al momento attuale NON esista una filiale ALES sul territorio e quindi si dovrebbe far capo a quella costituita a Firenze, il demansionamento categoriale e retributivo pressoché certo come hanno fortemente denunciato le sigle sindacali CGIL CISL e UIL, la sensazione di essere scaricati come se nulla fosse dopo una vita passata a teatro, costituiscono fonte di grande amarezza e offrono poche, pochissime, certezze future.

La storia è ingiusta quando dimentica chi sarebbe giusto ricordare e lo è anche quando altera il ricordo e distorce il profilo dei protagonisti.

E’ questo il caso di Loderingo degli Andalo’ e di Catalano dei Malvolti, che sono ricordati solo perché Dante li ha messi nell’ottavo cerchio dell’inferno fra gli ipocriti, con il marchio di frati godenti.

Catalano e Loderingo, sono nati a Bologna intorno al 1210, e insieme al domenicano Bartolomeo di Breganze, poi vescovo di Vicenza, hanno fondato l’ordine dei Cavalieri di Santa Maria, che aveva lo scopo di pacificare le citta’ italiane insanguinate dalle lotte fra guelfi e gibellini, di assicurare protezione agli orfani ed alle vedove, e di contrastare l’eresia. I cavalieri di Santa Maria erano monaci e al tempo stesso guerrieri. Catalano, ad esempio, fu uno dei comandanti della fanteria bolognese nella battaglia di Fossalta (1249), dove fu fatto prigioniero il figlio di Federico II. L’ordine era composto sia da chierici e sia da laici, aveva un ordinamento simile a quello dei templari, ai quali questi frati somigliavano nell’abbigliamento (tunica bianca e mantello grigio) e nei simboli (croce rossa in campo bianco con due stelle). Nella terminologia popolare venivano chiamati frati godenti o gaudenti, perché a differenza degli altri frati portavano armi, andavano a cavallo, mangiavano carne ed una parte di loro aveva moglie e figli. Nel corso del XIII secolo questi monaci ebbero un ruolo molto importante, e da Bologna si diffusero in molte altre città del nord dell’Italia. In quelle citta’, spesso dilaniate da aggressioni fra guelfi e ghibellini, da risse, da vendette trasversali e faide infinite fra famiglie e fazioni, i Cavalieri di Santa Maria, portavano ordine, ma anche leggi e nuovi ordinamenti. Per fare un esempio, Loderingo e Catalano a volte insieme ed a volte in modo separato fecero i podesta’ di Bologna 3 volte, di Modena, di Siena, di Reggio Emilia, di Parma, di Faenza, di Piacenza, di Milano, di Firenze e di diverse altre città. In quei Comuni Catalano e

Loderingo oltre a svolgere un’azione pacificatrice e di governo, portavano i principi dello statuto del Comune di Bologna, che era stato redatto dai giuristi dell’Universita’ e da Rolandino de Passeggeri che per 40 ha svolto la funzione di segretario del Comune ed è stato il vero artefice del Liber Paradisus. Bologna, che allora, dopo Cordoba, Venezia, Parigi e Londra era la quarta citta’ d’Europa e che nel 1226, insieme a Milano, aveva promosso la seconda lega lombarda, in sinergia con il Papa, attraverso i Cavalieri di Santa Maria svolgeva un’azione politica, diplomatica e militare a favore della causa guelfa. Nel 1266 quando Catalano e Loderingo, su richiesta dei fiorentini e su mandato del Papa svolsero il ruolo di Podesta’ a Firenze, istituirono il consiglio dei 38 buoni uomini, che elaboro’ il nuovo statuto della città , nel quale si sanci’ la presenza negli organi decisionali dei rappresentanti delle arti e dei mestieri fino ad allora esclusi. Questo muto’ i rapporti di forza fra gli aristocratici ed i borghesi nel Comune di Firenze, e a questo si ribellarono i ghibellini che vennero poi sconfitti ed esiliati. Svolto il loro compito, Catalano e Loderingo vennero allontanati dagli stessi guelfi su mandato del Papa e nel 1267 dopo aver fatto di nuovo i Podesta’ a Bologna, si ritirarono come semplici frati nell’eremo di Ronzano, fino alla loro morte, che avvenne per Catalano nel 1285 e per Loderingo nel 1293. Alla loro morte in Italia, solo 2 citta’ erano rimaste Ghibelline: Pisa e Verona. Dante, che fu un sommo poeta e un valoroso cavaliere fedente (l’elite della cavalleria d’assalto) nella battaglia di Campaldino, ma un pessimo politico, pur essendo un guelfo nero, mai digeri’ il ruolo di quei due bolognesi, che con il mandato del Papa, oltre a fare i pacieri avevano riformato le istituzioni fiorentine a favore dei Guelfi e, nella Divina Commedia, li infilo’ all’inferno fra gli ipocriti, con l’etichetta di frati godenti, senza spiegare cosa significava.

E noi, quando li ricordiamo, li ricordiamo cosi’…

E pensare che gli inglesi dal nulla o quasi si sono inventati Robin Hood e re Artu’ con i quali ancora oggi ogni tanto ci allietano…

Un modo piacevole, per ricordare Catalano e Loderingo , puo’ essere quello di visitare l’Eremo di Ronzano, dal quale di gode una splendida vista su Bologna, all’eremo si giunge dopo una breve passeggiata (15 min.) dal parco di villa Ghigi.

Sabato sera ha trionfato una città intera. Tutta Bologna, dopo la partita contro il Milan, ha preso coscienza di quanto il vento, per questa gloriosa società, sia radicalmente cambiato. E’ una brezza che soffia da occidente ed accarezza il capoluogo emiliano, portando con sé gli aromi dello sciroppo d’acero, della salsedine e di un futuro migliore.

Sabato sera Bologna ha vinto, pur perdendo sul campo. Condannati da una direzione di gara ai limiti dell’assurdo da parte di Doveri (8 vittorie su 9 in stagione per il Milan con lui ad arbitrare, sarà il caso), i rossoblù e tutto il loro popolo possono consolarsi con la consapevolezza che le fondamenta del club non sono mai state così solide.

Dopo anni travagliati, contrassegnati da gestioni finanziarie quanto meno discutibili, ora, finalmente, regna il sereno. Adesso, se la società deciderà di privarsi di Diawara, non lo farà per rimanere a galla, ma per reinvestire e migliorare la rosa. La differenza non è né piccola né, tantomeno, trascurabile.

Le parole di Saputo a fine gara (“mai provata un’emozione simile”) suonano come un’investitura: il chairman canadese, ormai, sembra sentirsi intimamente bolognese.

I suoi occhi, durante il giro di campo post partita, brillavano di una luce che sembra schiudere orizzonti fino ad oggi preclusi anche ai più sognatori tra i supporters rossoblù. Si sente amato Joey, si sente (non a torto) il salvatore di una squadra intera, di un popolo intero, forse, addirittura, di un’intera città. Finchè i suoi occhi avranno quel bagliore d’ambizione, Bologna può dormire sogni tranquilli.

Sabato sera Bologna ha vinto perché raramente si era visto tanto entusiasmo intorno al BFC. Per giorni il popolo dei social ha celebrato la coreografia di inizio gara, quell’immenso telone con la skyline della città che, per qualche minuto, ha consegnato a Bologna un’atmosfera da grande notte, quella che ci si augura di vivere il più presto possibile. Certamente, si è parlato pochissimo della vittoria dei rossoneri, sinceramente mai visti così scandalosamente in basso. Ma questa è un’altra storia, di cui non mi interessa parlare.

“Celebrate the Glory” era l’hashtag lanciato dai rossoblù per celebrare la nuova maglia home della prossima stagione, presentata ed utilizzata proprio in occasione della partita contro il Milan. Ebbene, mai come in questa occasione Bologna ed il Bologna hanno onorato la storia di una delle società più vincenti del panorama calcistico del Belpaese. Si tratta, oggi, di ricordi appena sbiaditi, attimi scolpiti nelle memorie dei tifosi di più lunga data, incrostati dalla sabbia del tempo che fu. Ma in lontananza, dicevamo, spira una brezza che porta con sé gli aromi dello sciroppo d’acero, della salsedine e di un futuro migliore. Destinata, magari, a spazzare via quei granelli ed a rendere nuovamente vividi quei gloriosi momenti.

Sì, Sabato sera ha vinto Bologna.

Sì, Sabato sera siamo stati tutti orgogliosi di essere bolognesi.

Questo nuovo mondo è duro. Salendo uno alla volta gli scalini della facoltà, in preda alla tensione per l’esame imminente, ti ritrovi a riflettere sui cambiamenti che ti hanno accompagnato negli ultimi mesi. Sai di non essere preparato da 30 per questo primo esame ma la fiducia è comunque alta, un modo per sfangarla lo troverai, continui a ripeterti. Una voce autoritaria scandisce il tuo nome, invitandoti ad accomodarti al cospetto del professore che ti interrogherà. Una volta seduto, si parte.

Era la stagione del ritorno in Serie A quella 2015-16 per i rossoblù. Una stagione di cambiamenti, proprio come per l’universitario che ci siamo immaginati poco fa. Il Bologna non era sicuramente preparato da 30, non era uno di quegli studenti modello pronti a conseguire lodi a destra ed a manca, ma non era neanche il classico scansafatiche svogliato, destinato ad una carriera academica poco onorevole. La sensazione che, in qualche maniera, la salvezza sarebbe stata centrata era diffusa, nonostante la cavalcata playoff non eccezionale (eufemismo) e la consapevolezza che, davanti, i rossoblù si sarebbero trovati esimi luminari quali Juve, Napoli e Roma, non i giovani supplenti delle superiori ai quali l’anno di serie cadetta li aveva, loro malgrado, abituati.

Nove mesi dopo, l’obiettivo è stato raggiunto. La permanenza nella massima serie è il trampolino di lancio dal quale lavorare per costruire un futuro solido sia sotto il profilo finanziario (aspetto assolutamente non secondario, Guaraldi docet) sia sotto il profilo tecnico. Non è stata un’annata facile, specie nelle battute iniziali del campionato quando, sotto la (discutibile) guida di Delio Rossi, il Bologna sembrava prossimo a precipitare nuovamente nell’incubo. 6 punti in 10 partite il magro bottino dei rossoblù, con le uniche gioie delle vittorie contro Frosinone e Carpi. Chi si aspettava una partenza lanciata stile FrecciaRossa è rimasto deluso, il cammino bolognese pareva più un’agonia degna di un vecchio Intercity fuori mano, senza aria condizionata e con i sedili cigolanti. Oltre a non racimolare punti il Bologna stentava (eufemismo numero due) sotto il piano del gioco e delle occasioni, non dando mai l’impressione di essere prossimo al cambio di rotta tanto necessario per non rimanere subito staccato dal gruppone delle dirette avversarie. Esattamente come gli ultimi due mesi della stagione precedente, Delio Rossi non era riuscito ad inculcare nelle teste dei rossoblù i propri dettami tattici, mostrando una pochezza di idee che gli è stata fatale. Logico cambiare, a posteriori risulta spontaneo chiedersi perché non si sia fatto prima.

28 Ottobre 2015. È questa la data che cambia completamente la stagione del Bologna. Fuori Rossi, dentro Donadoni. Non mi dilungherò su quanto il tecnico ex Parma abbia portato benefici alla causa rossoblù, basterebbe osservare i risultati, nudi e crudi. Con lui in sella, il Bologna ha viaggiato, per buona parte della fase centrale del campionato, a ritmi da Champions League. Mi interessa, invece, fare un discorso un attimino più articolato di meri numeri e statistiche.

Donadoni non è un genio. Donadoni non è un rivoluzionario innovatore né dal punto di vista tattico né da quello tecnico. Donadoni è semplicemente (ma mica tanto, poi), un uomo, prima ancora che un allenatore, di buon senso, che ha il grande merito di capire il contesto in cui si trova ed affrontarlo con pragmatismo. Il che non significa essere uno “yes man” pronto a farsi andare bene qualunque linea dirigenziale, significa avere la lucidità di comprendere le dinamiche all’interno delle quali ci si trova a lavorare e non forzare la mano tentando di cambiare tutto, dal giorno alla notte. Ha capito immediatamente, Donadoni, come andasse restituita fiducia ad un gruppo sportivamente depresso, composto da ragazzi per lo più giovani o giovanissimi, guidati poco e male da veterani ormai disillusi riguardo alla bontà del progetto. Ha capito immediatamente quanto alcuni elementi fossero palesemente inadeguati al ruolo che ricoprivano: Rossettini spostato terzino destro è emblematico in tal senso, tanto quanto la scelta di accantonare Crisetig e Crimi per lanciare Diawara e Taider. Possono sembrare, oggi, mosse scontate. Allora, calcisticamente parlando una o due ere geologiche fa, lo erano molto meno. Ha capito immediatamente, infine, che lo snodo principale per la salvezza era restituire a quella squadra la convinzione di potersela giocare, in casa e fuori, con tutti. Le vittorie con Napoli, Milan e Sassuolo, solo per citarne alcune, ed i pareggi con Roma, Napoli e Juve, rappresentano sicuramente gli apici di questo lavoro psicologico effettuato da Donadoni sul gruppo che aveva a disposizione.

Oggi, a due giornate dal termine del campionato, si può guardare al futuro con serenità, consci che servirà lavorare tantissimo per colmare il gap che separa il Bologna dalle prime della classe (studenti modello, dicevamo), ma anche che il primo passo per rilanciare questa società è stato compiuto.

Per una volta, Bologna può sorridere volgendo lo sguardo verso l’orizzonte. Il primo esame è andato, ora si pensi alla Laurea, quell’Europa che per troppi anni i tifosi rossoblù hanno, inutilmente, agognato.