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Krejci e Nagy, uno dopo l’altro, due fiammate sul piattume generale del mercato italiano, stagnante come non mai in queste battute iniziali di sessione estiva.

Due acquisti emblematici riguardo al proseguimento della linea adottata dal Bologna fin dall’anno scorso: giovani, bravi e pronti per l’affermazione in un campionato di caratura superiore rispetto alle competizioni affrontate precedentemente dai suddetti giovanotti. Il progetto è chiaro, ma la questione è un’altra: per la prima volta dopo anni c’è la volontà di seguire una determinata programmazione, una determinata linea di mercato che non viene stravolta ogni sei mesi.

Servivano un esterno ed un centrocampista duttile, specie dopo la partenza di Giaccherini verso Napoli. I rossoblù non hanno avuto esitazioni: bruciata la concorrenza delle (numerose) pretendenti a Latislav Krejci e sprint notturno volto a superare Marsiglia e Leicester per assicurarsi le prestazioni di Adam Nagy, ancora più appetito, tra l’altro, dopo l’ottimo Europeo disputato dalla sua Ungheria. Sarà un caso, ma appena Saputo decide di muoversi e dare il proprio assenso all’esborso economico necessario, tempo due giorni e si chiude.

In precedenza il Bologna aveva concluso le trattative relative a Di Francesco e Verdi, due giovani esterni italiani che andranno ad infoltire un reparto cruciale nel 4-3-3 classico di Donadoni, ma funzionali anche al nuovo 4-2-3-1 che il tecnico sta provando in questi giorni nel ritiro di Castelrotto. Anche qui, non sono spuntati nomi antitetici rispetto al progetto rossoblù, ma si è preferito puntare sempre sulla tipologia di giocatori descritta in precedenza.

Si chiama coerenza e di solito, se portata avanti con raziocinio, nel calcio paga.

E’ un bologna che piace quello che sta nascendo in questo mercato estivo, un Bologna giovane e quindi,(si suppone e si spera), sbarazzino, senza timori reverenziali, un Bologna che ha una cifra tecnica superiore a quella delle dirette pretendenti alla salvezza. Un Bologna che guarda al futuro con fiducia, conscio che il progetto è valido e le linee guida sono quelle giuste.

E se poi arrivasse Saponara…

E’ stata un’Italia operaia, nel senso più positivo del termine, quella di Euro 2016. Ha raccolto il consenso della gente proprio per questo spirito di abnegazione portato all’estremo da giocatori che hanno fatto dell’impegno e della coesione la loro arma migliore, traghettati da un c.t. che su questi valori ha costruito prima un’ottima carriera e poi svariati titoli da allenatore

Non è stata un’Italia bella, ad eccezione del match contro la Spagna. Grande cuore, grande orgoglio, ma il tasso tecnico complessivo della truppa guidata da Antonio Conte era troppo inferiore a quello delle altre pretendenti allo scettro europeo per pensare, con cognizione di causa, ad un clamoroso upset azzurro. Il quarto di finale contro la Germania l’ha dimostrato chiaramente, con i panzer tedeschi a dominare la partita e gli italiani a cercare di fare male con ripartenze e sortite in contropiede. In questo modo puoi passare qualche turno, sgambettare anche corazzate sulla carta più competitive (Belgio e Spagna, ad esempio), ma le carte da giocare per vincere una competizione di questo livello sono necessariamente altre.

Questa Italia bruttina e poverella ci ha fatto affezionare molto più che edizioni azzurre qualitativamente superiori, adesso serve lo step successivo. Perché è vero che la mattina dopo la sconfitta contro la Germania ci sentivamo tutti un po’ più orgogliosi di essere italiani, almeno sportivamente parlando, ma guai ad accontentarsi. Se l’epilogo di questo Europeo sarà un punto di partenza (difficile, vista la mancata continuità sulla panchina, con Conte in partenza verso oltre manica) in futuro potremo tornare a dare fastidio a chiunque dentro quel rettangolo verde. Se, al contrario, risulterà essere un punto di arrivo, la mediocrità che ci ha inesorabilmente inghiottito fin dall’immediato post 2006 continuerà ad avere la meglio su un movimento che ha dimostrato di essere in lenta, ma fragile, ripresa.

Dipende da noi.

Non dateci mai per morti, però. Chi l’ha fatto, spesso se n’è pentito.

Ricordo perfettamente la prima volta che ci siamo incontrati.

Correva l’anno 2001, io ero solo un bambino, allegro e curioso come la maggior parte dei suoi coetanei. Tu, invece, avevi quel fascino proprio dei “grandi”, di quelle persone che a me, piccolo piccolo, sembravano dei vecchi giganti. Percepivo distintamente una forma di attrazione quasi morbosa nei tuoi confronti, sensazione che aumentava sempre di più con il passare del tempo. Nel mio intimo, sapevo già che non avrei più potuto fare a meno di te.

Eri bellissima nel tuo elegante abito rossoblù. D’altronde, cosa c’è di più bello dei colori del fuoco e dell’acqua, uniti a formare quel meraviglioso insieme cromatico?

Capii subito che mi sarei innamorato di te. Non facevo neanche caso alla compagine di ricconi milanesi avvolti nei loro costosi completi rossoneri. Semplicemente, non reggevano il confronto. Ma guardali, mentre si pavoneggiano sprezzanti della tua classe, intenti ad ostentare i propri portafogli sempre un po’ più grandi, sempre un po’ più pesanti, sempre un po’ più capienti di quelli di chiunque altro!

Sì, decisamente non c’era paragone.

Non dimenticherò mai la sensazione di farfalle nello stomaco, nitida dentro di me fin dai primissimi istanti che ti vidi. Bastarono 24 minuti. Fresi-Cruz, pim pum, 2-0 e ricconi travolti e tramortiti dal tuo fascino “proletario”.

Fu questa la nostra prima volta. Da quel giorno non ci siamo più lasciati, perché certi amori non potranno finire mai, Bologna mio.

Sabato sera ha trionfato una città intera. Tutta Bologna, dopo la partita contro il Milan, ha preso coscienza di quanto il vento, per questa gloriosa società, sia radicalmente cambiato. E’ una brezza che soffia da occidente ed accarezza il capoluogo emiliano, portando con sé gli aromi dello sciroppo d’acero, della salsedine e di un futuro migliore.

Sabato sera Bologna ha vinto, pur perdendo sul campo. Condannati da una direzione di gara ai limiti dell’assurdo da parte di Doveri (8 vittorie su 9 in stagione per il Milan con lui ad arbitrare, sarà il caso), i rossoblù e tutto il loro popolo possono consolarsi con la consapevolezza che le fondamenta del club non sono mai state così solide.

Dopo anni travagliati, contrassegnati da gestioni finanziarie quanto meno discutibili, ora, finalmente, regna il sereno. Adesso, se la società deciderà di privarsi di Diawara, non lo farà per rimanere a galla, ma per reinvestire e migliorare la rosa. La differenza non è né piccola né, tantomeno, trascurabile.

Le parole di Saputo a fine gara (“mai provata un’emozione simile”) suonano come un’investitura: il chairman canadese, ormai, sembra sentirsi intimamente bolognese.

I suoi occhi, durante il giro di campo post partita, brillavano di una luce che sembra schiudere orizzonti fino ad oggi preclusi anche ai più sognatori tra i supporters rossoblù. Si sente amato Joey, si sente (non a torto) il salvatore di una squadra intera, di un popolo intero, forse, addirittura, di un’intera città. Finchè i suoi occhi avranno quel bagliore d’ambizione, Bologna può dormire sogni tranquilli.

Sabato sera Bologna ha vinto perché raramente si era visto tanto entusiasmo intorno al BFC. Per giorni il popolo dei social ha celebrato la coreografia di inizio gara, quell’immenso telone con la skyline della città che, per qualche minuto, ha consegnato a Bologna un’atmosfera da grande notte, quella che ci si augura di vivere il più presto possibile. Certamente, si è parlato pochissimo della vittoria dei rossoneri, sinceramente mai visti così scandalosamente in basso. Ma questa è un’altra storia, di cui non mi interessa parlare.

“Celebrate the Glory” era l’hashtag lanciato dai rossoblù per celebrare la nuova maglia home della prossima stagione, presentata ed utilizzata proprio in occasione della partita contro il Milan. Ebbene, mai come in questa occasione Bologna ed il Bologna hanno onorato la storia di una delle società più vincenti del panorama calcistico del Belpaese. Si tratta, oggi, di ricordi appena sbiaditi, attimi scolpiti nelle memorie dei tifosi di più lunga data, incrostati dalla sabbia del tempo che fu. Ma in lontananza, dicevamo, spira una brezza che porta con sé gli aromi dello sciroppo d’acero, della salsedine e di un futuro migliore. Destinata, magari, a spazzare via quei granelli ed a rendere nuovamente vividi quei gloriosi momenti.

Sì, Sabato sera ha vinto Bologna.

Sì, Sabato sera siamo stati tutti orgogliosi di essere bolognesi.

Questo nuovo mondo è duro. Salendo uno alla volta gli scalini della facoltà, in preda alla tensione per l’esame imminente, ti ritrovi a riflettere sui cambiamenti che ti hanno accompagnato negli ultimi mesi. Sai di non essere preparato da 30 per questo primo esame ma la fiducia è comunque alta, un modo per sfangarla lo troverai, continui a ripeterti. Una voce autoritaria scandisce il tuo nome, invitandoti ad accomodarti al cospetto del professore che ti interrogherà. Una volta seduto, si parte.

Era la stagione del ritorno in Serie A quella 2015-16 per i rossoblù. Una stagione di cambiamenti, proprio come per l’universitario che ci siamo immaginati poco fa. Il Bologna non era sicuramente preparato da 30, non era uno di quegli studenti modello pronti a conseguire lodi a destra ed a manca, ma non era neanche il classico scansafatiche svogliato, destinato ad una carriera academica poco onorevole. La sensazione che, in qualche maniera, la salvezza sarebbe stata centrata era diffusa, nonostante la cavalcata playoff non eccezionale (eufemismo) e la consapevolezza che, davanti, i rossoblù si sarebbero trovati esimi luminari quali Juve, Napoli e Roma, non i giovani supplenti delle superiori ai quali l’anno di serie cadetta li aveva, loro malgrado, abituati.

Nove mesi dopo, l’obiettivo è stato raggiunto. La permanenza nella massima serie è il trampolino di lancio dal quale lavorare per costruire un futuro solido sia sotto il profilo finanziario (aspetto assolutamente non secondario, Guaraldi docet) sia sotto il profilo tecnico. Non è stata un’annata facile, specie nelle battute iniziali del campionato quando, sotto la (discutibile) guida di Delio Rossi, il Bologna sembrava prossimo a precipitare nuovamente nell’incubo. 6 punti in 10 partite il magro bottino dei rossoblù, con le uniche gioie delle vittorie contro Frosinone e Carpi. Chi si aspettava una partenza lanciata stile FrecciaRossa è rimasto deluso, il cammino bolognese pareva più un’agonia degna di un vecchio Intercity fuori mano, senza aria condizionata e con i sedili cigolanti. Oltre a non racimolare punti il Bologna stentava (eufemismo numero due) sotto il piano del gioco e delle occasioni, non dando mai l’impressione di essere prossimo al cambio di rotta tanto necessario per non rimanere subito staccato dal gruppone delle dirette avversarie. Esattamente come gli ultimi due mesi della stagione precedente, Delio Rossi non era riuscito ad inculcare nelle teste dei rossoblù i propri dettami tattici, mostrando una pochezza di idee che gli è stata fatale. Logico cambiare, a posteriori risulta spontaneo chiedersi perché non si sia fatto prima.

28 Ottobre 2015. È questa la data che cambia completamente la stagione del Bologna. Fuori Rossi, dentro Donadoni. Non mi dilungherò su quanto il tecnico ex Parma abbia portato benefici alla causa rossoblù, basterebbe osservare i risultati, nudi e crudi. Con lui in sella, il Bologna ha viaggiato, per buona parte della fase centrale del campionato, a ritmi da Champions League. Mi interessa, invece, fare un discorso un attimino più articolato di meri numeri e statistiche.

Donadoni non è un genio. Donadoni non è un rivoluzionario innovatore né dal punto di vista tattico né da quello tecnico. Donadoni è semplicemente (ma mica tanto, poi), un uomo, prima ancora che un allenatore, di buon senso, che ha il grande merito di capire il contesto in cui si trova ed affrontarlo con pragmatismo. Il che non significa essere uno “yes man” pronto a farsi andare bene qualunque linea dirigenziale, significa avere la lucidità di comprendere le dinamiche all’interno delle quali ci si trova a lavorare e non forzare la mano tentando di cambiare tutto, dal giorno alla notte. Ha capito immediatamente, Donadoni, come andasse restituita fiducia ad un gruppo sportivamente depresso, composto da ragazzi per lo più giovani o giovanissimi, guidati poco e male da veterani ormai disillusi riguardo alla bontà del progetto. Ha capito immediatamente quanto alcuni elementi fossero palesemente inadeguati al ruolo che ricoprivano: Rossettini spostato terzino destro è emblematico in tal senso, tanto quanto la scelta di accantonare Crisetig e Crimi per lanciare Diawara e Taider. Possono sembrare, oggi, mosse scontate. Allora, calcisticamente parlando una o due ere geologiche fa, lo erano molto meno. Ha capito immediatamente, infine, che lo snodo principale per la salvezza era restituire a quella squadra la convinzione di potersela giocare, in casa e fuori, con tutti. Le vittorie con Napoli, Milan e Sassuolo, solo per citarne alcune, ed i pareggi con Roma, Napoli e Juve, rappresentano sicuramente gli apici di questo lavoro psicologico effettuato da Donadoni sul gruppo che aveva a disposizione.

Oggi, a due giornate dal termine del campionato, si può guardare al futuro con serenità, consci che servirà lavorare tantissimo per colmare il gap che separa il Bologna dalle prime della classe (studenti modello, dicevamo), ma anche che il primo passo per rilanciare questa società è stato compiuto.

Per una volta, Bologna può sorridere volgendo lo sguardo verso l’orizzonte. Il primo esame è andato, ora si pensi alla Laurea, quell’Europa che per troppi anni i tifosi rossoblù hanno, inutilmente, agognato.