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E’ stata un’Italia operaia, nel senso più positivo del termine, quella di Euro 2016. Ha raccolto il consenso della gente proprio per questo spirito di abnegazione portato all’estremo da giocatori che hanno fatto dell’impegno e della coesione la loro arma migliore, traghettati da un c.t. che su questi valori ha costruito prima un’ottima carriera e poi svariati titoli da allenatore

Non è stata un’Italia bella, ad eccezione del match contro la Spagna. Grande cuore, grande orgoglio, ma il tasso tecnico complessivo della truppa guidata da Antonio Conte era troppo inferiore a quello delle altre pretendenti allo scettro europeo per pensare, con cognizione di causa, ad un clamoroso upset azzurro. Il quarto di finale contro la Germania l’ha dimostrato chiaramente, con i panzer tedeschi a dominare la partita e gli italiani a cercare di fare male con ripartenze e sortite in contropiede. In questo modo puoi passare qualche turno, sgambettare anche corazzate sulla carta più competitive (Belgio e Spagna, ad esempio), ma le carte da giocare per vincere una competizione di questo livello sono necessariamente altre.

Questa Italia bruttina e poverella ci ha fatto affezionare molto più che edizioni azzurre qualitativamente superiori, adesso serve lo step successivo. Perché è vero che la mattina dopo la sconfitta contro la Germania ci sentivamo tutti un po’ più orgogliosi di essere italiani, almeno sportivamente parlando, ma guai ad accontentarsi. Se l’epilogo di questo Europeo sarà un punto di partenza (difficile, vista la mancata continuità sulla panchina, con Conte in partenza verso oltre manica) in futuro potremo tornare a dare fastidio a chiunque dentro quel rettangolo verde. Se, al contrario, risulterà essere un punto di arrivo, la mediocrità che ci ha inesorabilmente inghiottito fin dall’immediato post 2006 continuerà ad avere la meglio su un movimento che ha dimostrato di essere in lenta, ma fragile, ripresa.

Dipende da noi.

Non dateci mai per morti, però. Chi l’ha fatto, spesso se n’è pentito.