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Di cosa parla questo film? Parla di carcere? Anche. Parla di adolescenza? Anche. Parla di eroi? No. Denuncia qualche orrore? No. Claudio Giovannesi dopo il pasoliniano Alì ha gli occhi azzurri questa volta ci racconta un’altra storia difficile, quella di Daphne. Una giovane rapinatrice, che pare non avere una famiglia, viene arrestata dopo il suo ultimo colpo un po’ azzardato. Il regista si limita a seguirla, la telecamera dietro le sue spalle, così tanto che ci sembra quasi di pedinarla. E non sempre la comprendiamo, perché spesso fa esattamente la cosa che non deve fare. Noi lo sappiamo e ci verrebbe da dire tieni duro ancora un po’ e vedrai… Invece lei è scontrosa, spesso disillusa, troppo orgogliosa e testarda, non amichevole, senza particolari talenti. Ma il regista non si permette di giudicarla o di farci esprimere un giudizio sul suo comportamento. Non vuole neanche fare denuncia, non c’è una critica al sistema carcerario – delle due educatrici nel carcere minorile una è buona, l’altra no, ma non importa.  Non si può accusare neanche il padre (Valerio Mastandrea, l’unico attore professionista scelto da Giovannesi) una figura ambivalente, così importante per la figlia, anche lui segnato da una vita non semplice. Certo, stare in carcere, specie per una ragazza di 17 anni, è durissimo. L’unico guizzo che illumina la nostra Daphne a un certo punto del film è il sentimento per Josh, un altro ragazzo detenuto come lei nello stesso istituto penale maschile a fianco. Daphne, dal momento in cui capisce che si sta innamorando, diventa sempre più bella. Ed è un innamoramento vissuto piano piano- molto diverso da quelli di oggi così rapidi e repentini che quasi non c’è più nessun gusto a viverli che son già finiti. Consumati. Qua invece siamo in carcere, i due non possono vedersi né toccarsi, ma solo intravedersi e sfiorarsi e le prime emozioni diventano così forti da rendere i battiti di cuore sempre più palpabili. Una carezza rubata, un bacio dalle sbarre, le lettere nascoste. E le gelosie, il desiderio. Daphne diventa davvero un fiore, poco importa se lui ci sembra geloso, se l’educatrice è stronza, se il padre la delude, se la fine sembra lontana. L’importante è vivere il presente, l’adesso, subito. Paradossalmente un ambiente chiuso e totale come quello del carcere fa riscoprire anche a noi spettatori tutta la purezza e la verità del primo amore, e così quando dovremmo ammonire Daphne e ricordarle che…, non lo facciamo. Lasciamo tutto in sospeso, giudizi, denunce e ci sentiamo anche noi un po’ così, innamorati e scossi, come su quell’autobus alla fine del film Il laureato.

Il regista Claudio Giovannesi per scrivere la sceneggiatura ha lavorato per quattro mesi come insegnante volontario nell’istituto penale per i minori di Casal del Marmo, a Roma, e si è ispirato alle storie dei giovani detenuti. Poi, quella che racconta nel film, l’amore sbocciato tra Daphne e Josh, è una storia semplice. Comune, se vogliamo, a molti anche fuori del carcere- sebbene sia vissuta forse meno intensamente. Eppure dai recenti fatti di cronaca che apprendiamo dai nostri giornali sempre pronti a puntare il dito, sembra che chi sta in carcere non abbia diritto a innamorarsi. A essere felice per più di un’ora.  Al massimo i detenuti possono fare rappresentazioni teatrali per il pubblico al quale sono debitori, oppure cucire borse che noi potremmo sfoggiare per dire che aiutiamo nelle cause sociali, insomma dovrebbero darsi da fare in-continuazione per il prossimo (ovvero noi, che siamo e ci crediamo così lontani dal loro mondo) “visto che prima non si sono sforzati granché”, ma guai a provare sentimenti così… egoistici come innamorarsi o sfoggiare un bikini al mare durante la semi-libertà – uno si domanda poi cosa bisognerebbe fare in semi-libertà? Certo, a volte alcuni reati sono più gravi di altri, e per chi è coinvolto, è tutt’un altro discorso. Ma io vorrei davvero credere che se una persona detenuta (e non è semplice stare rinchiusi) può provare qualcosa più di un attimo di felicità, allora è più probabile che un germoglio cresca da qualche parte e, chissà, possa diventare un fiore.