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Lo chef Mario Ferrara, anima del rinomato ristorante bolognese “Scaccomatto” (via broccaindosso, 63), è noto per le sue prese di posizione e per le frequenti collaborazioni con le tante associazioni cittadine in favore di quanti si trovano in condizioni di fragilità. Lo abbiamo visto negli anni passati insegnare il proprio mestiere a ragazzi in via di recupero da dipendenze per un progetto ministeriale e qualche settimana fa ha cucinato con la CNA a sostegno delle Cucine Popolari.

Quando le Sardine sono scese in piazza a Bologna per la prima volta, il 14 novembre scorso, ha rilasciato un’intervista in cui esprimeva il proprio appoggio, invitando i ragazzi che avevano organizzato la manifestazione a cena nel suo ristorante. Una presa di posizione che lo ha reso oggetto anche di aspre critiche sui social e che gli è valsa il nomignolo di “chef anti-salvini”.

Siamo passati a trovarlo e abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui.

I nodi (gordiani? anche se speriamo di no) sono giunti al pettine.

Al di là delle facili metafore, dopo anni in cui si sono susseguite gestioni su gestioni tutte purtroppo disastrose (e se non è del tutto corretto considerarle tali dal punto di vista artistico, è impossibile non farlo, considerarle disastrose, da quello prettamente economico/gestionale), la governance della Fondazione Teatro Comunale di Bologna, trovatasi a gestire una situazione risultata di fatto ingestibile, non ha potuto far altro che accodarsi a quanto già accaduto a Firenze prima (Teatro del Maggio Musicale) e a Verona poi (Fondazione Arena di Verona).

E quindi, fatto questo riportato dalla stampa nazionale e locale, anche a Bologna sono state attivate le procedure che disciplinano il piano di risanamento (che al 1° comma dell’art.11 della legge 112 del 7 ottobre 2013 “… prevede che le Fondazioni che siano o siano state in regime di amministrazione straordinaria nel corso degli ultimi due esercizi, ma non abbiano terminato la ricapitalizzazione, ovvero non possano far fronte ai debiti certi ed esigibili, devono presentare un piano di risanamento, idoneo ad assicurare gli equilibri strutturali del bilancio, sia sotto il profilo patrimoniale che economico-finanziario, entro i tre successivi esercizi finanziari, ad un Commissario Straordinario appositamente istituito presso il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo con comprovata esperienza di risanamento nel settore artistico-culturale …”.

Fin qui; la pietra del contendere, però, è costituita dal fatto che tra i contenuti del piano, al punto C è compresa la norma che prevede “… la riduzione della dotazione organica del personale tecnico e amministrativo fino al 50 per cento di quella in essere al 31 dicembre 2012 e una razionalizzazione del personale artistico …”.

In sostanza, quindi, la governance del teatro ha “dato inizio ai lavori” esuberando (primo passo di un imminente per quanto futuro licenziamento) 30 lavoratori tra tecnici ed amministrativi (in questo primo step, non sono previsti da legge, interventi sulla pianta organica artistica anche se, a logica, devono essere considerati inevitabili in un’ipotetica seconda fase).

E quindi?

Quindi, in nome di un futuro che ci si augurerebbe radioso ancorché impalpabile viste le premesse, a meno di auspicati per quanto improbabili ripensamenti e/o coup de théâtre, da fine luglio (servono infatti 75 giorni tra consultazioni e tentativi di ricomposizione, in due fasi successive e distinte, prima di poter procedere ai licenziamenti) 30 lavoratori si troveranno licenziati dalla Fondazione Teatro Comunale di Bologna per essere ricollocati in ALES (Arte Lavoro e Servizi) una S.p.A. a capitale interamente pubblico.

Tutto risolto, e per il meglio, allora?

Non proprio.

Perché se da una parte, la prospettiva di poter comunque accedere ad un impiego garantito, potrebbe dare tranquillità agli interessati, dall’altra la farraginosità della procedura, il fatto che al momento attuale NON esista una filiale ALES sul territorio e quindi si dovrebbe far capo a quella costituita a Firenze, il demansionamento categoriale e retributivo pressoché certo come hanno fortemente denunciato le sigle sindacali CGIL CISL e UIL, la sensazione di essere scaricati come se nulla fosse dopo una vita passata a teatro, costituiscono fonte di grande amarezza e offrono poche, pochissime, certezze future.