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“Tempi difficili” di Jorge Amado

Jorge Amado è uno degli scrittori più amati e conosciuti nel panorama sterminato e dai fortunatissimi riscontri della letteratura sudamericana. I suoi “Gabriella, garofano e cannella”, “Donna Flor e i suoi due mariti” e “Teresa Batista stanca di guerra” (personalmente, anche se a nessuno interesserà, uno dei tre libri che porterei nella famigerata isola deserta, essendo gli altri “Triste, solitario y final” di Osvaldo Soriano e “Fuga senza fine” di Joseph Roth) hanno indirizzato pesantemente l’immaginario di almeno un paio di generazioni di lettori affamati di novità, esotismo e di quella nouvelle écriture che andrà conosciuta (mettendo nello stesso calderone i brasiliani Garcia Marquez e Amado, gli argentini Cortázar e Puig, i messicani Taibo ed Esquivel, i cileni Fuguet ed Allende e tanti altri) come realismo magico.

Per affrontare questo “Tempi difficili” (primo titolo della trilogia che va, insieme ai successivi “Agonia della notte” e “La luce in fondo al tunnel”, tutti titoli ampiamente esplicativi degli intenti dello scrittore bahiano, sotto il nome de “I sotterranei della libertà”) credo sia però necessario inquadrarlo nel contesto storico che lo caratterizza. Quando Jorge Amado si dedica alla ricostruzione del periodo buio e traumatico del colpo di stato del 1937 che ha gettato il paese tropicale nel maelstrom del cosiddetto Estado Novo del dittatore fascistoide Getúlio Vargas, vive già da una quindicina d’anni, tranne una breve parentesi tra il ’45 ed il ’48 quando fece ritorno in patria eletto rappresentante del Partido Comunista Brasiliano all’Assemblea Costituente, in esilio prima in Argentina ed Uruguay, poi in Francia ed ora, siamo nel ’52, in Cecoslovacchia.

Sgombrato così il campo dalla incombenza più ostica, quella della storicizzazione del contesto letterario, onde evitare lunghe e pelose elucubrazioni credo che il modo più semplice per analizzare questo romanzo sia il porsi due semplici domande: mi è piaciuto? mi ha interessato?

Alla prima, è facile rispondere. No, non mi è piaciuto. E non mi è piaciuto perché la scrittura risente, troppo, dell’intento che, a quel momento, stava a cuore all’autore. Un intento propagandistico, politico, per certi versi antistorico, quello del narrare il periodo più buio del suo tempo e del suo paese tentando di mantenere, anzi anticipare, quelli che poi sarebbero stati i tratti salienti e precipui della sua scrittura: l’affabulazione continua ed eterogenea di personaggi che si susseguono, alcuni inseguendosi, alcuni schivandosi, in un tourbillon di situazioni, sentimenti, storie che assomigliano più ad un paso doble che a una vera e propria denuncia non riuscendo però a liberarsi dall’ansia del narrare spiegando e dando vita così ad una riflessione che purtroppo non è né carne né pesce, né libello agit prop né saggio storico e nemmeno profonda riflessione politica o, tantomeno, romanzo libero e felice di formazione.

Rispondere alla seconda domanda (mi ha interessato?) può risultare più complesso. O meglio, e visto che la risposta non può che essere sì, sì mi ha interessato e molto, può risultare complesso spiegare il motivo, o i motivi come sarebbe più esatto dire, di questo interessamento.

Il primo, e non potrebbe essere altrimenti, è un interessamento storico. Difficilmente sarei venuto a conoscenza della dittatura fascista e filonazista del caudillo Getúlio se non avessi avuto l’opportunità di leggere il libro di Amado, una conoscenza che mi ha spinto ad approfondire l’argomento.

Il secondo è letterario. Parte della critica, ha sottolineato come questo trittico abbia segnato una sorta di inizio, o di primigenio riconoscimento, dell’importanza dell’influsso della cultura africana e del meticciato nella società e nella cultura brasiliane. Una piacevole constatazione, quella della contaminazione cultura africana / cultura sudamericana, per me che l’avevo ampiamente riscontrata anche nella scrittura della mia nuova passione José Edgardo Agualusa, il più importante scrittore lusofono (usando il termine per indicare uno scandaglio che comprende Portogallo, Brasile, tutti i paesi dell’Africa lusofona come Capoverde e i luoghi di presenza portoghese in Asia come, ad esempio, Goa) contemporaneo, arrivando ad apparentarlo, più che all’onnicitato Garcia Marquez, proprio al nostro Amado. Una piccola rivincita personale, devo ammettere. Come devo anticipare come “Quando Zumbi prese Rio” o “Barocco tropicale” dell’appena presentato Agualusa siano davvero altre storie. Altre, bellissime, storie.

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