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Thomas Struth, tedesco di Geldern, classe 1954, ha studiato fotografia alla Kunstakademie Düsseldorf, dove fu uno dei primi, e più promettenti, studenti/artisti di Bernd e Hilla Becher.

Questo suo retaggio culturale, intellettuale ed artistico si appalesa  dirompentamente nella, bella ed importante, mostra “THOMAS STRUTH nature & POLITICS” che la Fondazione MAST presenta fino al 22 aprile (apertura dal martedì alla domenica dalle 10 alle 19) nei suoi spazi di via Speranza 42.

Una mostra bella ed importante l’ho definita. Ed infatti, bella lo è con queste 25 immagini di grande formato a carattere scientifico e tecnologico (ed ecco l’importanza: tutte le immagini, riprese in siti industriali e di ricerca di tutto il mondo, interpretano l’avanguardia della sperimentazione e dell’innovazione tecnologica) ipercolorate, un colore talmente violento e pregnante da segnare, impulsivamente, la cifra stilistica dell’intera operazione facendo sembrare, a volte, di voler sviare l’attenzione dal significato per riservarla al significante, un significante che ciascuno di noi visitatori si può costruire proprio ed univoco.


Thomas Struth_GRACE-Follow-On veduta dal basso

Nulla però è come sembra, o almeno esiste sempre un modo diverso, a volte antitetico, di interpretarlo. Per giustificare questa affermazione, nulla è meglio che rifarsi alle parole che Urs Stahel, il curatore della photogallery e della collezione MAST, dopo aver ricordato i variegati e poliedrici interessi dell’artista/fotografo Struth (dagli inizi raccontati nella mostra “Unconscious Places”, lunghe serie di fotografie in B/N di tratti di strada contornati da file ininterrotte di facciate, ai “Family Portraits” in cui nuclei di famiglia, assai disomogenei, sono ritratti confinati in spazi angusti, di fronte alla fotocamera, lo sguardo fisso sull’obiettivo) dedica, prendendola ad esempio, alla fotografia “Grazing Incidence Spectometer” in cui “… il nostro sguardo si perde in un groviglio di cavi, sbarre, giunzioni, coperture metalliche, rivestimenti plastici e dispenser di nastro adesivo … trovare un senso a questa accozzaglia di oggetti appare praticamente impossibile … ci limitiamo dunque ad osservare con curiosità, ma anche con una certa cautela, nel tentativo di comprendere il significato di questi accostamenti che ci appaiono estranei ed incoerenti …”.


Thomas Struth_Sorghum

Di conseguenza, e pensando all’altro grande filone in cui si divide la ricerca di Struth in questi anni recenti, parlo delle cosiddette “Jungle Photographs” confluite nella serie “Paradise”, non si può non concordare con lo stesso Stahel quando dice che “… non  stiamo osservando una natura primordiale, bensì macchine, dispositivi, installazioni di una tecnologia all’avanguardia; e li osserviamo esattamente come un tempo abbiamo osservato la Tigre di Blake o i mulini a vento di Don Chisciotte, l’animale di ferro di Melville o le altre metafore che nella letteratura del XIX secolo hanno simboleggiato le eccessive proliferazioni meccaniche dello spirito e della creazione umana …”.

In sostanza, sembra suggerire Stahel, “… guardate le foto della giungla (foto che con le loro imperfezioni tecniche rimangono pur sempre identiche alla loro definizione descrittiva e che sul piano emozionale e immaginativo ci costringono a far i conti con un universo ricco di possibilità e di insidie) e noterete come le foto tecnologiche, con il loro essere nitide, precise, bilanciate, non riescono a trasmetterci informazioni precise …”.

Un’ottima occasione, questa ultima settimana di esposizione, dunque, per avvicinarsi all’opera, complessa e graffiante, di uno dei più importanti artisti/fotografi attualmente operanti.

Il lavoro di Thomas Struth potrà anche non piacere, così freddo, distante, alieno. Ma sicuramente resta imprescindibile per chi voglia davvero capire e conoscere la fotografia oggi. 


Thomas Struth_cappa chimica Università di Edimburgo

Thomas Struth__spettometro a incidenza radente

La mostra “THOMAS STRUTH, Nature & POLITICS
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