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“Tokyo Express” in bianco e nero

Yukichi Watabe è stato il primo fotografo giapponese a ottenere, negli anni ’50, il permesso di accompagnare la polizia per documentare un’indagine criminale, rivelando (sulla falsariga di quello che WeeGee, pseudonimo di Arthur Fellig, realizzò a NewYork tra la fine degli anni ’30 e l’inizio dei ’40) un universo che ha l’impronta estetica di un film noir. Nel lavoro del fotografo giapponese però, a differenza di quanto faceva il fotoreporter americano, la materia del fotoreportage (raccolto sotto il titolo di “Diario di un’indagine” ) non è l’omicidio, ma l’indagine, in cui l’ispettore, pedinato dal fotografo nelle sue indagini quotidiane, ricopre il ruolo del protagonista.

Realizzando, in questo modo, più che una semplice documentazione delle indagini, un documento di straordinario valore sulla vita quotidiana nella Tokyo di fine anni cinquanta, sulle sue periferie affollate, sui chioschi di cibo da strada, sulle bische fumose, sui terminal dei bus deserti sotto la luce asettica dei neon.

Non è strano quindi aver avuto come riferimento iconografico le sue fotografie scattate in un folgorante B/N leggendo questo “Tokyo Express” scritto nel 1958 da Matsumoto Seichō (considerato il George Simenon giapponese di cui ricalca lo stile e i ritmi narrativi: “… si era appena fatto giorno. Il mare era avvolto in una foschia lattiginosa. Shikanoshima, l’isola dei cervi, si vedeva a malapena, così come il sentiero del mare. Tirava una brezza fredda e salmastra. L’operaio, col bavero alzato e il capo chino, procedeva a passo svelto. Attraversava quella spiaggia rocciosa per arrivare prima in fabbrica, come era sua abitudine. Ma qualcosa di totalmente inatteso attirò il suo sguardo, sempre rivolto al suolo. Due corpi adagiati su una lastra di roccia scura stonavano incredibilmente con quel paesaggio a lui così familiare …”) ed ora proposto da Adelphi.

Prima di continuare, però, permettetemi, se deciderete di leggerlo, un consiglio: procuratevi un taccuino, uno di quei libriccini con la copertina nera e i fogli a righe e prendete nota. Segnatevi i nomi dei personaggi, dei protagonisti ed anche quelli dei comprimari (Mihara Kiichi, Otoki, Yaeko e Kaneko, Sasaki Kitarō, Yasuda Tatsuo, Ryokō, Sayama Ken’ichi, Torigai Jūtarō, Sugawara Yukiko, Kawanishi, Ishida Yoshio, Inamura, il commissario Kasay); e non dimenticate di annotare i nomi dei luoghi, le regioni, le città, i laghi, le spiagge (Kagoshima, Moji, Hakata, Kashii, Kanpei, Akasaka, Fukuoka, Yugawara, Haneda, Hakodate, Shinjuku); e, naturalmente, non dimenticate i nomi dei treni (Tsukushi, Asakaze, Towada, Marimo, Satsuma): eh già, in Giappone i treni, tutti i treni, da quelli locali a quelli superveloci, hanno un nome con cui sono chiamati e vengono identificati nel parlare comune. Il consiglio, fidatevi, non vi risulterà inutile per riuscire a districarvi in questo noir dal fascino ossessivo, tutto incentrato, appunto, sui nomi dei treni e sui loro orari a determinare un congegno perfetto che ruota intorno a una manciata di minuti.


E come nel miglior Maigret, l’intuito e le capacità intellettive, l’esperienza e la perspicacia si dimostrano ben presto indispensabili e determinanti a dipanare un plot narrativo che, chiaro, ruota attorno ad un delitto: “… In una cala rocciosa della baia di Hakata, i corpi di un uomo e di una donna vengono rinvenuti all’alba. Entrambi sono giovani e belli. Il colorito acceso delle guance rivela che hanno assunto del cianuro. Un suicidio d’amore, non ci sono dubbi. La polizia di Fukuoka sembra quasi delusa: niente indagini, niente colpevole. Ma, almeno agli occhi di Torigai Jutaro, vecchio investigatore dall’aria indolente e dagli abiti logori, e del suo giovane collega di Tokyo, Mihara Kiichi, entrambi diffidenti delle idee preconcette e dotati di una perseveranza e di un intuito fuori del comune, qualcosa non torna …”.

Un romanzo atipico, dal lento fluire e dalla precisa, puntuale costruzione, ma anche denso ed appassionante che fa sperare che altri, sui quasi trecento titoli di cui conta la bibliografia di Seichō, vengano tradotti per i lettori italiani.

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