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Tra Oriente e Occidente, alla ricerca della libertà: Ai Weiwei a palazzo Strozzi

Visitare la mostra che palazzo Strozzi dedica ad Ai Weiwei significa essere disposti ad intraprendere  un viaggio per incontrare la millenaria civiltà cinese che negli ultimi sessantotto anni della sua vita, quella che la maggior parte di noi ricorda, è legata all’affermazione e crescita di un potere totalitario: dato fondamentale nell’affrontare le opere esposte a palazzo Strozzi, non a caso raccolte sotto il titolo di “Libero”. A questo va aggiunta la componente esplosiva delle avanguardie storiche occidentali e della Pop Art americana degli anni Ottanta e Novanta:  Duchamp e Wharol sono da sempre tra i numi tutelari di Ai Weiwei. Così la sapienza millenaria di ceramisti, fonditori, falegnami, intagliatori che in Cina per secoli hanno elaborato un’arte ornamentale, elegante, rarefatta, viene usata da Ai Weiwei come elemento nobile di un percorso artistico, antigovernativo e antirepressivo che sembra unirsi naturalmente al linguaggio artistico occidentale dell’ultimo secolo, volontà di provocazione compresa.

La libertà espressiva e il percorso politico di Ai Weiweisono stati pagata caro prezzo con la chiusura nel 2009, del blog dal quale denunciava le aberrazioni del governo, la distruzione dello studio di Malu Town nel 2010, la detenzione dall’aprile al giugno 2011. Solo nel 2015, dopo che il mondo dell’arte e della politica occidentale, si è mosso a suo favore,  gli è stato restituito il passaporto e la possibilità di viaggiare e lavorare.

La lunga carriera di Ai Weiwei di cui la mostra fiorentina celebra i trent’anni di attività, ha inizio negli anni Settanta con la fondazione del collettivo di artisti Stars. Sarà proprio il gruppo di Stars ad aprire, nel 1980, la prima mostra di arte contemporanea cinese alla China Art Gallery di Pechino. Dal 1981, Ai Weiwei inizia il percorso di studio e produzione artistica negli Stati Uniti; New York diventa il centro della sua vita e della sua attività e qui si specializza in design frequentando la Parsons The New School For Design e l’Art Students League. E’ di questo periodo un’opera emblematica, quasi didascalica della commistione tra Oriente e Occidente: “Profile of Duchamp. Sunflower seeds” (1988). In una gruccia in fil di ferro piegata a delineare il profilo di Marcel Duchamp e appoggiata su una superficie di legno, viene posta una manciata di semi di girasole, alimento molto utilizzato dalla cucina cinese. Il matrimonio è sancito, Ai Weiwei non sarà mai solo cinese o solo occidentale ma cittadino del mondo, alla ricerca di una libertà di espressione, politica e artistica che non conosce barriere. Uno dei sui “weiweismi” , aforismi fulminanti che a palazzo Strozzi sono presenti nei pannelli della grafica di mostra, è, cito a memoria “La terra è rotonda, non esistono est, ovest, nord, sud. Siamo cittadini del mondo”.

La sua permanenza a New York termina nel 1993, con il rientro a Pechino. Una personalità così esplosiva, vivace, poliedrica, come quella di Ai Weiwei, non poteva rimanere dormiente e sono quindi questi gli anni nei quali l’artista esplora le sue possibilità creative: architettura, design, fotografia, tutto diventa parte di un unico linguaggio elaborato in una vera e propria factory,  lo studio” FAKE Design” (2003). Assieme all’attività artistica prosegue il forte impegno politico, l’attivismo a favore delle classi meno agiate, la crociata contro la corruzione della classe dirigente cinese. Questo gli vale una denuncia per evasione fiscale ed una multa astronomica di 12 milioni di yuan che viene pagata in parte con una colletta.

Palazzo Strozzi è letteralmente posseduto dalle opere di Ai Weiwei, a partire dagli enormi canotti gonfiabili appesi all’esterno, attorno alle cornici delle finestre del piano nobile, che denunciano l’indifferenza nei confronti dell’epocale tragedia della migrazione,  fino alle stanze interamente tappezzate da una “carta da parati” dove i pattern decorativi sono simboli grafici che ripetono ossessivamente simboli grafici legati all’attività politica e provocatoria dell’artista: dalle catene e manette che ricordano la sua detenzione, al dito medio alzato indistintamente verso i poteri  forti di tutto il mondo. Le installazioni percorrono, come detto, trent’anni di carriera e ci permettono di incontrare le denunce, le invenzioni, i ricordi commossi del passato creativo e artigianale cinese e le provocazioni di un uomo mai asservito al potere e che ha fatto della libertà l’elemento centrale attorno al quale far ruotare arte e vita.

Passato e presente si confrontano e si confondono: Ai Weiwei utilizza indiscriminatamente materiali come legno e ceramica che vengono da una lunga tradizione artigianale, la fotografia, i ready made,  la comunicazione social (l’amatissimo Twitter) e persino i mattoncini Lego, per poi rituffarsi nella leggerezza rarefatta del bambù e della carta di riso delle figure di mostri leggendari della tradizione rurale cinese, realizzati come enormi  mobiles flottantiappesi al soffitto. Alla Strozzina, piano interrato del percorso, è la parte più intima della mostra, che racconta attraverso le foto degli anni Ottanta,  fino alle più recenti che hanno come palcoscenico i social media, il percorso personale e coerente di Ai Weiwei, percorso ancora in evoluzione e pronto ad aprirsi a nuove esperienze, perché, come egli stesso dichiara “Art is a not an end but a beginning.”

 

Ai Weiwei. Libero

a cura di Arturo Galansino

fino al 22 gennaio 2017

tutti i giorni inclusi i festivi 10.00-20.00

Giovedì: 10.00-23.00

info@palazzostrozzi.org

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