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Un cantico “per coloro che sono morti nel silenzio e nell’oblio, bambini, uomini, donne, bestie e divinità”.

C’è di tutto in questo “Anima” di Wajdi Mouwad. C’è il thriller brutale e orrorifico che da il la alla storia. C’è la traccia, il suggerimento, del rapporto conflittuale padre/figlio (e figlie). C’è la ricerca della memoria, la memoria rimossa di un bambino.

C’è, ci sono, svariate storie nella storia.

C’è quella triste, selvaggia e malinconica, del perdersi di un popolo, il popolo dei nativi americani, quel popolo una volta orgoglioso e guerriero di una delle sei nazioni irochesi ora ridotto a manovalanza, bassa e crassa, di bikers trafficanti senza scrupoli, senza morale, senza principi, senza pietà.

C’è quella di un mondo primordiale, di nevi che sembrano eterne e freddo che sembra non dover acquietarsi mai e di una notte senza tempo senza confini senza fine.

E c’è una storia che racconta quanto duri difficili instabili e inaffidabili siano i rapporti con gli altri esseri, soprattutto se questi esseri appartengono alla tua stessa specie.

E poi, infine, nel divenire di una storia che si fa Storia, e Storia tremenda, tremendissima, da tregenda, c’è la storia del protagonista, Wahhch Debch e chiedetevelo (ma se lo chiedete a me non ve lo svelerò anche se dicendolo, negandovi questo, già vi sto svelando qualcosa) cosa e chi si celino dietro questo nome strano, ma anche bello e musicale, ma che così bello e musicale forse non è. Ma la cosa più stupefacente è che a raccontare questa storia, queste storie che iniziano nel nord del mondo, il Canada dalle foreste sterminate e la natura intatta e primeva ma che, dopo aver attraversato una panoplia di luoghi villaggi località sparse sul confine americano/canadese (Cedar Creek, Jerusalem road, Thebes, Cairo, Oran, Delaplane, Cherokee village, Cabool, Cedar Gap, Republic, Aurora, Carthage, Land of Egypt, Memphis, Lebanon) che già anche solo foneticamente e toponomasticamente danno l’indicazione di un percorso, un percorso che nello scorrere delle pagine diventa, da giallo che inizialmente era, western e poi road-movie e buddy-movie ed infine racconto iniziatico, trova la sua conclusione (e il suo contemporaneo iniziale divenire) nell’assolata piana libano/palestinese, quella piana infuocata che una volta, in tempi non così remoti, fu irrorata del sangue di vecchi e bimbi e donne innocenti nel maelstrom che investì Sabra & Chatila (e forte, nelle orecchie, sembra risuonare LuglioAgostoSettembreNero degli AreA mentre forte, nello stomaco, la voce di Demetrio Stratos ti aggroviglia i sensi), a raccontare questo, queste, storie dicevo, non è un personaggio, il protagonista o il deuteragonista. No, novello entomologo di passioni, a narrare la follia del mondo in cui viviamo l’autore autorizza i testimoni, muti e inconsapevoli (per noi che sbagliamo nel vederli, nel considerarli, tali) che aiutandoci in certi casi, standoci vicini in altri, spaventandoci e terrorizzandoci anche in altri, quotidianamente ci circondano. E così, alla voce del gatto selvatico si sovrappone quella del passero domestico che si fa dare il cambio dal cane lupo e poi da un piccione, da un pesce rosso, un corvo e un canarino, uno scoiattolo grigio nordamericano e una pantegana, un gabbiano del Delaware fino a che, via via, i narratori, ognuno congelato nella propria unicità, specificità di specie, analizzato e sviscerato con le proprie abitudini alimentari comportamentali e di clan, diventano (e spero di non dimenticarne nessuno) formica, moffetta comune, ragno delle case, volpe, boa constrictor, coniglio selvatico, mosca, topo comune, vespa, gabbiano comune, scimpanzé, allocco, gabbiano reale nordico, coccinella, farfalla, procione, cornacchia americana, coyote, maiale, bardotto, asino, regolo, cavallo (molti cavalli), moscone azzurro, gru canadese, pipistrello, trota iridea, ape, falco pescatore, blatta, farfalla monarca, zanzara egiziana, ragno gigante, millepiedi gigante, scoiattolo grigio nordamericano, airone cenerino, marmotta americana, serpenti mangiavermi, libellula dalle 4 macchie, grizzly, lucciola le cui voci, tutte (alla fine riunite in quella sola e potente, coreutica e stentorea di Mason-Dixon Line, il lupo, il lupo cattivo, nero ed enorme, selvaggio e violento, tenero ed indifeso che si erge, vero deus ex machina, ad aedo protagonista e terminale) con freddezza e noncuranza, distacco ed estraneità registrano le bestiali vicende umane che permeano la vita dei protagonisti, quelle vicende, cruente e senza pietà, che fuoriuscendo dalla mente dell’autore condizionano le azioni dei personaggi fino ad esplodere nei pensieri del lettore.

VOLENDO…..

 

LuglioAgostoSettembreNero degli AreA – traduzione non ufficiale dell’introduzione in arabo

 

Mio amato
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore
davanti a te
Con la pace
con la pace ho cancellato i mari di sangue
per te

Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni

Vieni e viviamo o mio amato
e la nostra coperta sarà la pace

Voglio che canti o mio caro ” occhio mio ” [luce dei miei occhi]
E il tuo canto sarà per la pace
fai sentire al mondo,
o cuore mio e di’ (a questo mondo)
Lascia la rabbia
Lascia il dolore

Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
a vivere con la pace.

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