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Un sacchetto di biglie

Perché l’olocausto (o anche solo i progrom nazisti) può essere raccontato, e spiegato, con umanità, leggerezza, empatia. Partendo dalle piccole cose che, sommandosi le une alle altre, contribuiscono a creare le storie. Storie che, come in questo “Un sacchetto di biglie” di Joseph Joffo pubblicato nel 1973 ed ora riproposto da BUR (il coraggio di due fratelli nell’affrontare situazioni ed esperienze pericolose della loro infanzia rubata dalle persecuzioni nella Francia occupata dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale: la fuga da Parigi e l’approdo ad un rifugio sicuro grazie all’intervento di un sacerdote cattolico), travalicano il proprio significante per divenire significato, significando in tal modo una storia che, esulando dalla propria epoca e dalla propria unicità, diventa Storia universale e senza tempo. Siamo cioè, più che dalle parti di AnnaFrank, nei dintorni di “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman o di “Arrivederci ragazzi”, il bel film (e romanzo) di Louis Malle.

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