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Un tour sui luoghi di Enzo Biagi

“Ho girato il mondo da cronista ma in fondo non sono mai andato via da Pianaccio”. Un legame intimo, speciale, identitario. Enzo Biagi era nato a Pianaccio, piccolo borgo appenninico, frazione del comune di Lizzano, il 9 agosto del 1920. Non ancora adolescente si trasferì con la famiglia a Bologna e poi, adulto, a Milano. Giornalista, scrittore, conduttore televisivo di successo e, soprattutto voce libera, mai prona ai poteri politici ed economici, conosciuta e stimata nel mondo intero. Non si staccò mai da Pianaccio e dai luoghi dell’infanzia, dove conservava la casa di famiglia e tornava periodicamente. Ci sono tornato anch’io. Per rendere omaggio ad un italiano di cui sono orgoglioso e per capire le ragioni di un radicamento appenninico così profondo ed intimo. Ovviamente in sella alla bicicletta. Sulle due ruote è tutto più vero ed immediato. Dal fondo valle Reno (località Silla) si prende la SP324 Passo delle Radici. Prima dell’abitato di Lizzano si gira a sinistra su una strada comunale che per un lungo tratto affianca le rigogliose acque del torrente Silla per poi salire, attraverso una fitta boscaglia, fino ai 915 metri slm dell’antico borgo di Monte Acuto delle Alpi. Dopo qualche chilometro si incontra la deviazione per Pianaccio. Qui, si è accolti da un edificio di forte impatto, una ex colonia montana del 1927, dove ha sede il centro visita del Parco regionale e il Centro documentale Enzo Biagi con una vastissima raccolta di immagini, audiovisivi ed opere.

Nel cortile antistante l’edificio lo sguardo è attratto da una scultura a grandezza naturale che riproduce un affabile Enzo Biagi seduto su di una panchina. L’opera è dell’artista giapponese Yasuyuki Morimoto. 

L’abitato è su un ridotto pianoro, da cui probabilmente il toponimo Pianaccio, costellato dalle tipiche case montane, alcune datate 1513. La piazzetta ospita una piccola chiesa a fronte della quale si può ammirare un castagno vecchio di almeno trecento anni. 

Lasciato Pianaccio si sale a Monte Acuto delle Alpi, un tempo castello inespugnabile, con torre merlata, cisterna e ponte levatoio, presidio fortificato dei commerci tra Bologna e Firenze. Il Borgo appare come sospeso tra terra e il cielo e il panorama è mozzafiato. 

Ripresa la bicicletta si torna sulla SP324 del Passo delle Radici per salire e attraversare Lizzano, Vidiciatico e la Ca’ (920 metri Slm). 

Da lì si prosegue a destra verso Chiesina Farne’, un piccolissimo borgo ricco di storia, di leggende e suggestioni. Non c’entra nulla, credo, con Biagi ma è luogo di grande fascino e mistero. Come tutto l’appennino, del resto. 

Qui nei primi anni del secolo scorso sorse per pochi mesi quella che lo scrittore lizzanese Galileo Roda ha definito la “Repubblica rossa del Dardagna”, ovvero l’embrione di una società di persone libere e uguali, rapidamente soffocata nel sangue. L’insediamento ha antiche origini celtico-liguri e presenta diverse particolarità distintive: i camini rotondi, che si trovano soltanto qui, sormontati da una pietra conica che può anche essere lavorata; le “mummie”, ovvero maschere o facce di pietra scolpite sulle facciate delle case, con valenza beneaugurante; la misteriosa enclave Lanzichenecca. 

Pare che all’indomani dell’assedio di Firenze da parte di Carlo V e della sconfitta di Francesco Ferrucci a Gavinana un gruppo di mercenari Lanzichenecchi, stanchi di combattere, decisero di mettere su casa da queste parti. Della loro presenza e di quella dei loro discendenti sarebbero indiscussa conferma l’attiguo borgo Ca’ Lanzi, il ritrovamento nel locale cimitero di ossa umane enormi (pare che i Lanzichenecchi fossero molto alti), l’irrituale presenza all’interno della chiesa cattolica di un pozzo funerario cumulativo per gli acattolici (i Lanzichenecchi erano Luterani) e l’usanza di mettere fuori dalle abitazioni volti di pietra com’era nelle tradizioni delle popolazioni del nord Europa. Leggenda o storia? L’Appennino è anche il piacere del mistero.

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