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Una Milano periferica e una Rimini invernale nel romanzo, felliniano, di Marco Missiroli

Prete spretato ritrova il figlio “del peccato” in una Milano sospesa nel tempo e nello spazio. In un divenire debitore a Fellini, si arriverà ad un finale che anziché catarchico sembra appiccicato lì per la  serie “… come cacchio la finisco ‘sta cosa …”. E l’elefante, che notoriamente non ha capelli, viene tirato nella storia dalla proboscide.

 

Il bello è che a me questo “Il senso dell’elefante” di Marco Missiroli non è dispiaciuto. Non del tutto almeno.

Non è mica granché, anzi (e ci torneremo), però ha una scrittura affastellata, ridondante, anzi ritornante, viene detta una cosa, viene espresso un concetto e subito dopo la stessa cosa, lo stesso concetto viene ripetuto; non necessariamente pedissequamente, ma tutto viene ripetuto. È uno stile vecchio che fece la fortuna, in anni passati (era il 1981), di Andrea DeCarlo; il romanzo era “Treno di panna” che a sua volta era il plagio di “Agenti segreti” (datato 1976) di Furio Colombo. Questo per dire che il tanto premiato Marco Missiroli, premiato per la novità del linguaggio, scrive copiando gli stilemi narrativi in auge 40 anni fa.

Con ciò inducendo una banale considerazione sulla perniciosità dei premi letterari che vengono destinati, almeno quelli importanti (vedi Campiello, Strega, e similari, vabbè anche il  Mondello) solo ed unicamente per il peso politico delle varie case editrici.

Tornando al romanzo, dicevo che non mi è dispiaciuto. Anche perché soffro da sempre di una qualche forma di rispetto, ed invidia, per chi, raccontando il nulla (o non avendo nulla da raccontare, che è lo stesso) riesce a metterci 235 pagine per raccontarlo (o non raccontarlo, a seconda dei punti di vista: sto parlando sempre del nulla, ovvio). Sarà che sono nato con le short stories e che i miei maestri predicavano, se non la sobrietà, quella proprio no, la capacità del taglio: tagliare, tagliare e poi tagliare ancora e quello è rimasto il mio karma. Per dire (e scusate il personalismo). Quando ero bravo, ma bravo davvero, ci fu un momento in cui subii una fascinazione per Max Aub e i suoi “Delitti esemplari”: avanguardismo, surrealismo, ermetismo, realismo, tutto questo c’era, e c’è, nella sua opera. Fu sulla spinta di quel suo testo, che scrissi un racconto, a suo modo, e nella sua imperfezione, perfetto. Un piccolo, breve racconto che, pur nella sua brevità, comprendeva una motivazione, un inizio, uno svolgimento, un finale. Un breve, brevissimo, racconto che faceva: “La ucciderò. D’altronde, perché non farlo?”. Ma sto divagando. Sarà dovuta a questo, dicevo, la mia incapacità a concepire un romanzo in cui nulla succede (o quel poco che succede potrebbe essere condensato in 3 righe), un romanzo lungo 235 pagine, che l’elefante non mi è dispiaciuto. Al di là di questa considerazione tutto considerato scherzosa, devo ammettere che l’ho trovata una lettura inutile, insipida, esageratamente costruita (questo escamotage di chiamare i protagonisti con il loro appellativo e non con il nome, il prete giovane, il dottore, l’avvocato, la strega, Biancaneve, il ragazzo strambo) e falsa.

E poi, c’è un’altra cosa che davvero mi fa imbestialire. Una cosa che tocca nel profondo il perché stesso dell’essenza di uno scrittore. Sto parlando di sciatteria, superficialità, disinteresse. Sto parlando di quegli sbagli, di quelle inesattezze che, pur non inficiando il divenire della storia (ove la storia ci fosse), infastidiscono e fanno cadere l’attenzione sull’arroganza di chi, scrivendo, assai poco si preoccupa del futuro potenziale lettore.

Due esempi, i più eclatanti, sono uno a pag. 158 quando, subito dopo la morte del bambino Lorenzo, “… Pietro uscì dalla villa liberty prima di Luca …”, ma immediatamente dopo “… salì in macchina, Luca era già dentro …” mentre a pag.216 parlando di Fernando, dice “… con la schiena minuta per il montgomery abbondante …” e subito dopo, parlando sempre di Fernando “… gli massaggiò le spallone …”.

Sciatteria, non saprei come altro definirla.

 

In ultimo, l’immagine ispirata, è tratta da “La prima notte di quiete” film del 1972 di Valerio Zurlini ambientato in una Rimini invernale e desolata, una Rimini in cui si svolge una delle scene che si vorrebbero maggiormente esplicative del romanzo.

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