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Unica linea politica: i grillini sono peggio

La domanda è: perché un cittadino italiano dovrebbe iscriversi al Pd? Perché uno a Bologna o in Emilia Romagna dovrebbe iscriversi al Pd? Non è una provocazione, non è neppure la voglia di infierire, ma è davvero la curiosità di avere qualche risposta, anche parziale. Gli ultimi dati, usciti in questi giorni, sulla continua emorragia di iscritti nel Pd di Bologna e dell’Emilia Romagna (ma la tendenza è identica in tutt’Italia) ripropongono, in maniera dura, il tema. Molti commentatori sono andati nel cassetto dei ricordi a ripescare “la federazione PCI più grande di tutta l’Europa Occidentale” con i suoi centomila iscritti nella sola provincia di Bologna. Ma è solo una curiosità. Non si possono fare raffronti, è un’altra era politica. Resta il dato allarmante, per un partito che vorrebbe essere di massa, che a Bologna conta solo 14mila iscritti e 37mila in tutta la  Regione.

Cioè, anche nelle zone dove il partito “ha in mano tutto”, gli iscritti scappano. E quindi torna la domanda: perché uno dovrebbe iscriversi? Perché dovrebbe prendere la tessera di un partito che come linea politica, negli ultimi tempi, ha solo una idea, una convinzione, uno slogan: gli altri sono peggio di noi. Per la precisione: i grillini sono peggio di noi. Detto in vari modi e più o meno esplicitamente, ripetuto dal segretario nazionale, giù giù fino all’ultimo segretario di circolo. In fondo anche tutta la forsennata campagna elettorale del referendum aveva dietro questo implicito messaggio: gli altri sono peggio, dopo Renzi non c’è nessun altro leader possibile. Provate a pensare se vi viene in mente, non dico un pensiero politico, ma anche una considerazione normale, o una battaglia, o una presa di posizione che possa interessare una persona normale detta da un segretario regionale, o da quello provinciale, o da un qualunque esponente del partito. Il massimo che viene in mente sono affermazioni del tipo: “sono un po’ più a sinistra di Renzi”; “non dividiamoci”; “io sto con il segretario”, “da qua non mi cacciano”, bla-bla-bla. Tattica. Posizionamenti. Partita a scacchi tutta interna. L’immagine di via Rivani è di un bunker ormai deserto dove non passano più né le decisioni né gli iscritti.

Perché uno dovrebbe iscriversi ad un partito dove il segretario nazionale, dopo la sconfitta del referendum, non ha più detto nulla. Sparito, salvo ricomparire in una lunga intervista (15 gennaio) all’ex direttore di Repubblica Ezio Mauro dopo che, come sempre puntuale e illuminante l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli sul Foglio del 12 gennaio aveva alzato il sipario sul silenzio assordante del leader Pd. Ma anche la lunga chiacchierata con Mauro (comunque dopo 40 giorni di silenzio) non apre ad una vera riflessione su dove vuol andare il Pd. Sembra appunto una scaramuccia tra Palazzi (De Bortoli attacca e Mauro offre l’arma per la difesa). Anche nella squadra di calcio più scalcinata, lo sanno tutti, dopo una sconfitta bisogna parlare, bisogna confrontarsi, bisogna capire le cause. Con una immagine semplice lo ha sempre detto il mitico allenatore di volley Julio Velasco: “Chi vince festeggia, chi perde spiega”. Nel Pd no. Perde, continua a perdere (gli elettori come alle regionali, il referendum, gli iscritti) ma l’unica cosa che riesce a dire è: ma i grillini sono peggio di noi.

E’ addirittura imbarazzante ascoltare lo scatenamento dei dirigenti Pd e della stampa al seguito, su Roma. Chiaramente una strategia politica pensata e voluta dal segretario e messa in atto, a scendere, da tutti. Sputtaniamo la Raggi (come se ce ne fosse bisogno e non facesse già tutto da sola) e così noi ci mettiamo il cuore in pace. E il più bello sono i giornalisti al seguito che, credendo di fare un piacere al leader, ripetono la lezioncina (dimenticando che i romani avevano affidato l’amministrazione al Pd, ma il Pd ha deciso di far fuori il suo sindaco e di consegnare la città al Movimento Cinque Stelle).

Senza capire, i dirigenti del Pd e quelli che fanno il coro, che questo tipo di linea politica, oltre ad essere sbagliata, porta male. Abbiamo tutti la memoria corta, ma ripensiamo al ’94 e ad Occhetto. Altri tempi, altri partiti. Però, sotto sotto, ricordiamo che il retropensiero e il discorso propagandistico dei Pds allora era: ma come fanno gli italiani a votare per un “venditore televisivo”, un puttaniere, uno che non si sa come abbia fatto i soldi, uno che va in Tv con la calza di nylon. Sappiamo come andò a finire. E prima, stessa sceneggiatura, con Bossi: nessuno voterà uno che parla in dialetto, che va in tv con la canottiera, uno che “ce l’ha duro”. Anche lì, nelle regioni e nelle città del nord, sappiamo come è andata.

Adesso di nuovo. “Tanto dovrete votare noi, perché quelli là sono peggio; impresentabili; potenzialmente pericolosi….”. Che può anche essere vero, ma non basta. Anzi, più continua il gioco dello sputtanamento del grillismo, più M5S aumenta i consensi. Anche qui errore drammatico. L’Italia non è quella dei “giornaloni” e delle Tv. Il Pd si accontenta di vincere lì. Grillo ha capito che bisogna vincere tra la gente. Senza contare che l’ossessione mostrata dai dirigenti (e non solo) Pd contro Grillo tradisce soprattutto una sensazione di paura. Quando la tua arma principale è parlar male del tuo avversario, la sconfitta è dietro l’angolo.

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