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“Uscirne vivi” di Alice Munro

“Uscirne vivi” – E’ strano. Un’autrice, Alice Munro, che discende, diretta, dal minimalismo letterario nordamericano, che lo persegue, lo ha perfezionato o quantomeno piegato alle proprie esigenze, tematiche e poetiche (e non credete a chi dice che non è vero, lei lo è, eccome, minimalista) e a me non piace. A me, uno dei primi ad avere apprezzato Carver e McInerney ed Ellis, ed in seguito uno degli ultimi ad abbandonarli, La Munro, proprio, non riesce a piacere. E non credo, come facilmente e stupidamente mi è stato rinfacciato, riguardi il fatto che sia, lei, una scrittrice: altre scrittrici, minimal, conosco ed apprezzo (poi è vero non quanto il citato Carver), Ann Bettie ed Amy Hempel, ad esempio. E’ proprio lei, questa fama, questa aurea, un po’ magica, lontana e refrattaria che si è (le hanno) costruito intorno ad allontanarmela. Perché è questa sorta di religiosità che si è creata attorno alla sua figura di autrice che trovo esagerata ed ingiustificata. Lei sa scrivere, e chi glielo nega. Le figure che disegna, che scolpisce a forti tratti più che cesellare, sono empatiche, persino un pelo troppo, forse. Ma perdindirindina: qualcosa che esista al di fuori (non tanto al di fuori, ma una spanna al di fuori almeno, quella sì) del tuo ombelico, lo vuoi considerare?

E’ questo il caso (un cane insistentemente menato per l’aia) anche dei racconti che compongono questa raccolta. Impreziosita (???) nella edizione italiana da una copertina ridondante simboli femminili.

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