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“Vergine giurata” di Elvira Dones

Un piccolo libro inutile. Non mi viene in mente altro per definire questo “Vergine giurata” di Elvira Dones che pure tutt’altro prometteva. Conscio però di non potermela cavare in così poche parole (4 parole sono effettivamente niente per esprimere qualsivoglia concetto, soprattutto se negativo) cercherò di spiegarmi. Cominciamo dal facile. Piccolo, il romanzo è piccolo (corto, esiguo, limitato, scarso, breve): 200 paginette appena scritte con un corpo medio/grande. Quindi, fin qui, nulla e nessuno potrà obbiettare (e i malpensanti continuino pure ad interrogarsi sulla presunta ambiguità dell’aggettivo). Inutile, adesso. Qui il discorso potrebbe essere più complesso (o forse solo complicato, chissà; considerando che per trovarne una giustificazione, al romanzo, sono andato a rileggermi la “La teoria dell’estetica” di Theodore Adorno, non tutta ovvio, propenderei per questa seconda ipotesi avvalorando il complicato rispetto al complesso).

Incombe, a questo punto, una confessione. Il romanzetto (uso volutamente il diminutivo, vedi sopra) della Dones costituiva il compitino mensile del GdL (Gruppo di Lettura della Biblioteca Borges). Di mio, non lo avrei mai scelto o forse sì, visto il tema, ma credo piuttosto di no. Questa specificazione induce una confessione. Per una volta, una volta sola, prima di dar forma a questi pensieri sono andato, riconosciuta e consapevole vittima sacrificale, all’incontro del GdL. Che, come volevasi dimostrare, è stato una vera Caporetto (così di moda in questi giorni, anched a sproposito), dato che, come immaginato, il femmineo delle convocate non poteva che aderire al nulla della scrittrice, ammantandolo di millanta e più significanze e profondità.

In realtà, pur dopo aver ascoltato dotte disquisizioni ed ardite discendenze, rimango della mia opinione. Nel libro, un libro che, nell’affrontare un tema nascosto eppur scottante, sconosciuto ma romanzesco come quello del Canun (il Canone albanese, quel complesso di leggi consuetudinarie normalmente non scritte che regolano la società nel nord montano del paese, rimando ancestrale ai tempi in cui la società stessa era ancora divisa in clan familiari), avrebbe potuto (dovuto?) farsi gigante affrontandolo ed esaustivizzandolo mentre si è accontentato del lanciare (il sasso) per poi nascondere (la mano), del dico ma non dico perché dire troppo sarebbe poi troppo, del lasciare tutto così inconfessato inspiegato inapprofondito in modo che chiunque possa metterci, basta un po’ di buona volontà e tanta tanta fantasia, tutto quello che vuole vorrebbe amerebbe trovarci, non c’è, appunto, nulla.

Un nulla talmente nulla che chiunque voglia trovarci istanze femministe, è servito. Chi preferisce scoprirci rimandi hegeliani, avanti può farlo. Chi ama un approccio storico/sociale è libero di irritarsi o accontentarsi; una qualche forma del buon selvaggio deriva evidente del pensiero di Jean-Jacques Rousseau è plausibile;  ed anch’io, che null’altro che un anelito da sex and the city ci ho trovato (come non pensare al momento del terminale incontro sentimentale di Hana e Patrick a quelli ben più cocenti ma altrettanto scipiti tra Carrie e Mr.Big) lo posso fare senza, peraltro, sentirmi inadeguato.  E perfino chi, facendo proprie le frasi da bacio perugina della quarta di copertina, vuole tranquillizzare la propria coscienza trovandoci “… un percorso faticoso che garantisca, grazie al concorso della propria famiglia ritrovata ed alla propria tenacia, della riappropriazione della consapevolezza di sé e del proprio corpo mortificato …”, potrà essere soddisfatto.

Infine, sì. Chi avesse ripensato all’omonimo film di Laura Bispuri con Alba Rohrwacher, avrebbe avuto ragione. Il film è tratto dal romanzo.

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