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Via della seta 2.0: che strada prenderebbe oggi Marco Polo?

Si dice che ormai non si inventa più niente e che, al contrario, tutto si ricicla. È vero per i vestiti, le ricette ed i modelli di auto, ma sarà vero anche per la geopolitica?

Se si esclude il ritorno dell’ondata populista, paragonabile in quanto a successo solamente ad una reunion dei Duran Duran,  un altro esempio interessante ci arriva dal colosso cinese, che rispolvera la propria copia de il Milione e tira fuori dal cilindro delle politiche economiche una nuova via della seta. Cosa penserebbe Marco Polo di questa via della seta in versione 2.0? E soprattutto, che cosa non andava più bene nella sua antenata?

Differenti piani astrali hanno fatto sì che io e il buon Marco non ci conoscessimo, ma sicura del suo buon senso, credo che si sarebbe accorto immediatamente che ad essere diverse non sono le due iniziative economiche in sé, bensì gli intenti con cui sono state create a distanza di secoli.

L’originaria via della seta, infatti, nasceva come un percorso in grado di facilitare lo scambio di prodotti, ma soprattutto di conoscenze. Importare ed esportare know how per formare un proprio modello economico con l’obiettivo di raggiungere, nel lungo periodo, crescita e stabilità. Oggi questi ultimi due aspetti sono stati riletti ed interpretati attraverso la chiave di lettura della geopolitica, diventando la base della competizione economica a livello mondiale. L’obiettivo è semplice: crescere economicamente sempre di più, ma senza finire sull’orlo del baratro, anzi al contrario spingendoci gli altri.

La Cina, che sembra aver capito benissimo le regole di questo gioco, riprende l’antico progetto di via della seta e lo cambia, ma questa volta le città che tocca e attraversa non sono scelte per le loro potenzialità economiche, piuttosto per quelle strategiche come in una partita a Go. Il gioco del Go è un antico gioco cinese, simile alla dama, dove l’obiettivo non è mangiare l’avversario, ma al contrario circondarlo creando delle zone di controllo. È così che nella nuova via della seta osserviamo new entry come Gibuti o Islamabad. La capitale del Pakistan, per esempio, si trova tirata in ballo per mettere pressione all’India e costringerla a difendersi dalla presenza cinese a nord, lasciando scoperto lo sbocco sull’oceano indiano, ambito dai cinesi da fin troppe dinastie. L’India non è l’unica vittima designata di questo progetto, seguono a ruota gli Stati Uniti, spaventati dalla contingenza del progetto Made in China 2025 e consapevoli che con gli accordi che la Cina sta prendendo con questi nuovi paesi, il rischio di essere completamente tagliati fuori dal sud – est asiatico è più concreto che mai. Non è da meno il Giappone, che da eterno rivale cinese quale è non si smentisce neanche stavolta e non vede di buon occhio il nuovo progetto del nemico. Nonostante ciò, consapevole che a volte la geopolitica è una questione di furbizia, cerca di tenere i piedi in due scarpe da un lato contrastando l’iniziativa e, dall’altro approfittandosene utilizzando i medesimi canali per le proprie aziende. Per quanto riguarda l’Europa, la nuova via della seta permette alla Cina di avvicinarsi pericolosamente a punti strategici per l’Unione, investendo soprattutto negli stati della zona centro – orientale dimostrando che, per queste aree, la lotta tra Occidente ed Oriente non è mai finita. Se stessimo giocando a briscola, la Cina sicuramente sarebbe la nonna che dice di non avere niente in mano, giustificando poi la propria vittoria con una fantomatica ultima mano fortunata.

Nella realtà succede la stessa cosa e Pechino tenta di rassicurare i propri avversari, assicurando che si tratta di un progetto puramente pensato per lo sviluppo del paese e che verrà garantita maggiore trasparenza delle transazioni per dimostrarlo. Inoltre, si cerca di convincere questi paesi che la nuova via della seta gioverà anche a loro e che un paese come la Cina, ormai indiscutibilmente dominante in quasi tutti i mercati, non ha alcun interesse a mettere in pericolo la propria grandezza creando ulteriori dissapori. Il futuro come sempre è incerto, difficile dire se questa affermazione, degna del discorso di una reginetta di bellezza, sarà in grado di tranquillizzare o meno i competitor cinesi. Un antico proverbio recita che l’abito non fa il monaco, in questo caso però credo sarebbe più appropriato dire che dipende dall’abito. Nel caso cinese, ci sono tutte le premesse per pensare che un abito ben rammendato e confezionato, potrebbe confondere anche gli occhi più attenti.

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