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“Vinoteca”: format sì, ma di qualità

Mai capito perché uno debba andare a, chessò, Asti o Senigallia e ritrovarsi a mangiare le stesse specialità che potrebbe trovare in un identico locale sotto casa sua a Bologna.

È il franchising, bellezza. O quello che adesso, in era di startup, si chiama format.

L’inizio, questo inizio, meriterebbe una spiegazione. Che arriverà, ma prima servirà, da parte di chi avrà voglia di leggere, pazienza.

In effetti questa nota era sta pensata per iniziare con “… in questo periodo di massificazione delle proposte di food e beverage, un periodo rappresentato da locali tutti uguali e tutti ugualmente impersonali e palesemente falsi, fa piacere alle volte imbattersi in un locale discosto dalle vie della pazza folla e che comunque sappia regalare momenti di relax ed una discreta, quando addirittura non buona, accoglienza …”.

Un locale così l’ho trovato in via Grabinski (al 2/d, pieno centro, è l’ultima traversa prima di RivaReno scendendo per Marconi verso la stazione): la Vinoteca.

Due grandi vetrine, uno spazio grande, arioso, l’arredo in legno scuro, moderno e forse leggermente impersonale ed asettico ma comunque rilassante ed accogliente. Pensato palesemente per grandi numeri o per una sosta veloce  (è aperto anche a pranzo) ma che non è brutto, anzi almeno non si uniforma in una Bologna, la città delle mille osterie “fuori porta”, che ormai ne ha svenduto il ricordo sull’altare di un mangimificio senza senso (delle vecchie osterie ne sono rimaste davvero poche tra quelle che hanno cambiato gestione e quelle che si sono rifatte il look alla ricerca del pubblico più giovane barattando le loro atmosfere e  la loro unicità per qualche calice in più, mentre le nuove nate sono tutte infrequentabilmente uguali, frutto come sono della moda shabby chic o piuttosto pseudo, quanto pseudo, chic da Mercatone di periferia).

Ad accogliere la clientela, due ragazzi (magari si offenderanno per questa definizione che potrebbe parere poco rispettosa, ma per me loro sono così, ragazzi, giovani ed entusiasti): Mauro, agronomo bolognese con un amore sconfinato per il vino, e la sua compagna Elsa, natali divisi tra Puglia e Campania, tra i trulli di Martina Franca e l’azzurro del cielo e del mare di Napoli, che ti sorridono mentre ti fanno accomodare in uno dei tavolini apparecchiati con sobria praticità.

Le proposte, come la classica tradizione da enoteca impone, non si discostano dalle tante simili: oltre ai classici taglieri (a chi apre un locale per somministrare taglieri io revocherei la licenza: troppi taglieri in questa città mentre quello che manca, e che servirebbe, è un’idea nuova che riesca a sgrezzare il mercato) e, a nobilitare la scelta, sfiziosi cicchetti alla veneziana, panini gourmet (il SanDaniele con, appunto, SanDaniele e burrata, il Tonno di Tonnara con, arieccoci per l’appunto, tonno di tonnara, iceberg e crema di ceci, il Vegetariano con Carnia Alto But mezzano e verdure alla griglia) e ancora alcune varietà, calde, di tortini e di tomini. La parte del leone, però, nel senso di piatto forte, la fanno le tartare di filetto di fassona piemontese tutte da 180 gr (si va dalla Cuneo con capperi lilliput, cetriolini e senape dolce di Dijon alla Vercelli con battuto di peperoni grigliati, carciofini a crudo e filetti di alice, dalla Biella con confit di cipolle rosse, pomodorini e salsa verde alla Mediterranea con concassea di pomodoro, mozzarella campana di bufala e pesto di basilico).

Curiosamente, ma non tanto visto che la Vinoteca non è dotata di cucina, è presente di volta in volta solo un primo piatto (ultimamente è possibile mangiare dei discreti gnocchetti al ragù bianco d’anatra).

Un discorso particolare merita la cantina (che propone indifferentemente vini da agricoltura convenzionale, biologica e vegan). Non moltissime etichette (tra le altre, Terralba, Laimburg, Fratelli Pardi, Tenuta La Riva di Castello di Serravalle) non tutte conosciute (tra queste (Castello di Volpaia, Primosic, Balan). Particolare menzione per la Cococciola, il Pecorino e il Montepulciano di Rocca San Giovanni (Terre di Chieti) che è possibile avere oltre che imbottigliato, anche in versione sfusa, cioè in caraffa da mezzo o da litro intero ad un prezzo davvero interessante.

Ed eccoci arrivati, prima di chiudere, al riferimento ai format con cui ho iniziato il discorso. Perché infatti la Vinoteca è un format, o meglio un franchising. Nato sotto il marchio Winebò nel 2005 a Treviso con l’intento di proporre su larga scala il modello delle tipiche osterie veneziane e il loro cibo saporito e a basso prezzo, il progetto ormai conta una quindicina di locali sparsi per la penisola ed è un buon esempio di quanto sbagliato sia farsi condizionare dai pregiudizi quando si debba giudicare esperienze diverse.

A questo punto non rimane che ricordare gli orari di apertura (dal Lunedì al Giovedì 12,00/15,00 e 18,00/23,00 ; dal Venerdì al Sabato 12,oo/15,00 e 18,00/ 01,00) consigliando di profittare dell’happy hour che va dalle 18,00 alle 20,00 e che permette di assaggiare con soli 6 euro 3 cicchetti e, a scelta, un calice o uno spritz.

Stefano Righini

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