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Vite di artisti sconosciuti: Jacques de Bourmande

Il Corridoio delle Muse, pronto ad ampliare la storia dell’arte come possibile, vi propone la storia, la vita e l’arte di alcuni pittori sconosciuti. Il primo della serie è il pittore impressionista Jacques de Bourmand.

 

La rutilante vita artistica della Parigi della fine dell’800, ha fatto di quegli anni favolosi, il mito incontrastato della storia dell’arte.   Monet, Manet, Van Gogh, Gauguin, Pissaro, Sisley, Degas, Modigliani…chi non ha sentito parlare di loro?

Le serate al caffè Volpini, il Moulin Rouge dove al tavolo d’angolo Toulouse Lautrec schizzava sui tovaglioli le agili figure delle danzatrici di can can e poi ancora Courbet e FantinLatour e  Nadar che scattava foto a Sarah Bernard e i fratelli Lumière e il loro treno a vapore che, cribbio! si muoveva ed usciva dallo schermo.  Insomma, una città vivace e piena di opportunità nella quale gli artisti erano una fitta e solidale comunità.  Tutti meno uno: Jacques de Bourmande.

Egli era un uomo solitario, piccolo, calvo, che si rivolgeva a tutti con una voce chioccia, indossava abiti poco appariscenti, viveva in un appartamento borghese con la vecchia madre… tutto portava a credere, come scrisse Theo Van Gogh in una lettera al fratello “.. . che quel Bourmande sia una mezza sega!”

Non era così, almeno artisticamente parlando. Egli era un ottimo pittore che aveva fatta la gavetta accademica e poi, un bel mattino, si era recato in campagna, aveva piantato il cavalletto in mezzo al prato e aveva dipinto con agili e veloci pennellate, un’opera così impressionista ma così impressionista che  Monet, quando la vide esposta in un caffè del centro,  ne rimase stupito. (La  mattina in plein aire fa freschino, olio su tela, Paris, Musèe d’Orsay)

L’allora sconosciuto pittore venne contattato dallo stato maggiore  impressionista per una serata di chiacchiere  al bar delle FolièsBergere. A Jacques non parve vero ed entusiasta si recò all’appuntamento.

C’erano Monet e Pissarro, Cèzanne, Manet, Sisley e un tipo un po’ cupo dallo sguardo obliquo che se ne andò quasi subito, un tale Vincent di cui Jacques non capì il cognome e naturalmente, avvolto nella nuvola del suo costoso sigaro cubano, il mercante d’arte AmbroiseVollard.

Molto piacere…” esordì timidamente Jacques che per la serata si era acquistato un completo grigio, sul quale aveva messo una cravatta grigia e un cappotto grigio e si era pettinato con la brillantina i pochi capelli. A confronto con  i panciotti colorati, i fazzoletti sgargianti, i pantaloni di fustagno schizzati di colore, le  barbe e capigliature incolte del gruppo degli altri artisti, sembrava un impresario di pompe funebri.

Cosa vi porto….” chiese con aria annoiata la barista bionda, accostandosi al tavolo.

Bella ragazza…” pensò Manet “se le facessi un ritratto,  al bancone del bar?”

Così se andate alla Courtauld Gallery di Londra  potete vedere il dipinto che ritrae quell’occasione e se osservate le  persone riflesse nel grande specchio, ci troverete anche il nostro gruppo di pittori. Quello un po’ a lato, che guarda per terra è, naturalmente, Jacques de Bourmande. (Edouard Manet, Al bar delle FolièsBergere, Londra, CourtauldInstitute)

Offro io il primo giro di assenzio!” disse un omino con barba e bombetta che arrivava appena al tavolo.

Il nostro Toulose Lautrec è sempre generoso!” tuonò fragorosamente Gauguin con il suo vocione cavernoso.

Per me un’orzata…” chiocciò Jacques.

Tutti i presenti in sala tacquero contemporaneamente e si girarono per vedere chi poteva aver detto una simile bestialità. Un’orzata?!

Charles Baudelaire, che era ad un tavolo accanto, si alzò e se ne andò bofonchiando “Che locale è diventato questo?! Io non ci metto più piede….”

In piena epoca di paradisi artificiali la comanda di Jacques era quantomeno inopportuna.

Signore…” implorò la barista bionda “la prego, ordini almeno dello champagne! Questo è un locale serio, mi vuole rovinare?!”

Mi fa venire l’acidità di stomaco, non posso” replicò lui “ facciamo così, mi porti un tè caldo al limone.”

Non l’avesse mai detto… Sisley che aveva sentito tutto anche se era all’altro capo del locale cominciò a ridere così forte ma così forte che contagiò tutti i presenti. Anche Cèzanne che era notoriamente poco incline al cameratismo, fu visto mollare pacche poderose sulla spalla di Vollard che, a sua volta, si stava strozzando con il fumo del sigaro.

Jacques aspettò qualche minuto e poi, visto che il dileggio non aveva termine, a testa bassa, si decise a uscire dal locale. Da quel momento la sua ispirazione fu percorsa da una vena malinconica e depressiva, quasi funesta, che i critici definirono “di ripiegamento interiore e inspiegabile abbandono della gioiosa vena impressionista”.

Sono questi gli anni di Funerale a Longchamp dopo le corse (Milano, collezione privata), Solitudine nel bosco senza sentiero, (Marsiglia, Museè de la ville), Pena d’amore senza speranza verso sera in una camera buia (Londra, Tate gallery), fino all’enigmatico e autopunitivo Mi taglierei un orecchio (Canberra, City Museum of Modern Art) che tanto piacque a Van Gogh….

Ma qualcosa dovette cambiare anche per Jacques: alla morte dell’anziana madre, come ricorda il suo biografo ufficiale, il modesto giornalista de la “GazetteLitteraire” nonchè cugino di primo grado, Pierre de Bourmande  “Dopo la scomparsa di zia Berthe, che il Signore la perdoni, mio cugino Jacques, si comportò eccentricamente: gettò quasi tutte le sua maglie di lana e cominciò a frequentare quel tipo strano, sì quel Gauguin, il quale gli chiedeva soldi senza ritegno”.

Jacques non aveva mai dimenticato che questi era stato l’unico a cercarlo un’altra volta dopo la disastrosa serata del bar delle FolièsBergere e avendo sentito dire che stava per recarsi lontano da Parigi, lo contattò e si propose come compagno di viaggio. Gauguin non era entusiasta della cosa ma tutto sommato… Sì, quel Jacques era una vera pittima ma si era offerto di anticipare le spese e in fondo, se lui aveva sopportato quel matto esaltato di Vincent come compagno di appartamento… questo Jacques non poteva essere peggio. Fu così che Jacques de Bourmand fece vela per Thaiti assieme a Gauguin. Come dite? Da quel momento non dipinse più? Fu così e lo fece per riprendersi l’unica rivincita che poteva permettersi: da Thaiti, abbandonato Gauguin al suo destino, andò a Ceylon e lì cominciò a coltivare il tè. Mai sentito parlare del The de Bourmande? Proprio quello per cui, dall’inizio del Novecento e fino ai giorni nostri, va giustamente famoso il Bar delle FolièsBergere.

 

Il riferimento a fatti e persone realmente esistiti non è per nulla casuale

 

Nella foto:Édouard Manet, il Bar delle FolièsBergere, 1881-1882, Courtauld Gallery, Londra

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Vademecum di sopravvivenza per storici dell’arte ovvero racconti semiseri di vita in un museo quando si è dall’altra parte della biglietteria