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Vivian Maier: storia di una grande fotografa ritrovata

Molte cose si potrebbero dire sulla mostra “Vivian Maier” di Palazzo Pallavicini (lo straordinario e storico palazzo di via San Felice originario del XV secolo e appartenuto nei secoli alle più nobili famiglie cittadine, dai Villa ai Volta, dai Marsili agli Alamandini agli, appunto, Pallavicini) che ha segnato il ritorno a Bologna di una mostra fotografica dal respiro internazionale (fatte salve, chiaro, le sempre benemerite iniziative del Mast a proposito del quale bisogna ricordare come sia appena stata inaugurata “Pittsburgh – portrait of an industrial city” di W.Eugene Smith di cui ci occuperemo a breve, o gli appuntamenti di OnoArte che, però, per struttura stessa della galleria e per tematiche, rimangono un po’ meno appetibili per il grande pubblico anche se poi è vero che non sempre i grandi numeri equivalgono a importanti risultati artistici e culturali). Una mostra, terminata domenica 27, spiazzante ed inusuale, perché dedicata ad un’artista sui generis e che forse proprio per questa sua desuetudine e per il suo venire considerata un’outsider è riuscita a emozionare e coinvolgere l’immaginario collettivo (per dire, la mattina della nostra visita è stato bello constatare che il pubblico era per larghissima maggioranza composto da donne, donne che guardavano e commentavano e si emozionavano davanti ai lavori, belli ed importanti, di una donna). Molte cose, quindi si potrebbero dire. Ma l’aspetto principale che mi preme sottolineare, è come sia necessario fare attenzione prima di catalogare Vivian Maier una sconosciuta e sorprendente dilettante come, invece, viene comunemente etichettata. Outsider, forse, ma certo non per questo una dilettante allo sbaraglio. Basterebbe, a confutare questa credenza, l’archivio ritrovato (in seguito ad un’asta fallimentare come viene raccontato dal suo scopritore John Maloof nell’inappuntabile catalogo edito da Contrasto), un archivio che conta moltissimi filmini in super8 e fotografie e soprattutto più di 120.000 (centoventimila) negativi, un numero talmente cospicuo che sta a significare più o meno, ma più che meno, un rullino (che emozione parlare di rullini, chimiche, sviluppi e stampe in questo mondo troppo abitato ed abituato a pixel e file e jpeg e raw) al giorno per un periodo di tempo di almeno quaranta anni.

Ma andiamo con ordine. Vivien Maier (1926-2009) lavorò come governante per più di cinquant’anni e non risulta abbia mai avuto riconoscimenti o esposto le proprie foto in vita. Ciò non inficia minimamente il valore e l’importanza del suo lavoro. Ci troviamo infatti di fronte all’opera di una grandissima autrice, che ben conosceva la fotografia, la tecnica fotografica (cominciò a fotografare con una Rolley a pozzetto impressionando un B&W denso e materico, vivido e incisivo, per passare poi ad una Leica 24×36 con la quale, negli anni ‘70 cominciò a fotografare anche a colori, un colore liscio, sbavato, utilizzato quasi fosse un bianco&nero in cui far risaltare pochi, vibranti particolari di una cromaticità esplosiva. Questo per quanto riguarda la tecnica, una tecnica padroneggiata perfettamente. Ma la struttura stessa della mostra, suddivisa in varie sezioni (“Foto di strada” e “Ritratti”, “Infanzia” e “Forme”, “Autoritratti” e “Colore”) aiuta, e forse inconsciamente induce, ad avvicinarle autori e modi di fotografare tipici dei grandi suoi contemporanei. Le influenze (influenze, si badi) sono molteplici: si va da Dorothea Lange a Walker Evans (di entrambi si riconosce la semplicità ed il pudore nel raccontare i minimi della terra, la gente di strada), da Diane Arbus (con la quale condivide la capacità di raccontare un’umanità diversa senza mai scadere nel voyeurismo fine a se stesso) a Henri Cartier Bresson (di cui si riconosce la distaccata ironia dello sguardo furtivo con cui riesce a cogliere l’attimo sfuggente, quello che il grande maestro indica come indispensabile per “… mettere sullo stesso piano visivo la mente, il cuore e l’occhio …”) da Rene Burri (individuabile nel distacco con cui la Maier sa raccontare la città e la complementarietà nei suoi confronti di un’umanità ridotta, alle volte, a pura ombra di se stessa) fino ad arrivare Robert Doisneau (l’artista che più ho ritrovato in queste immagini) del quale ricalca le orme di cantore (cantatrice) di una città, Parigi nel caso del francese, NewYork nel suo, in cui tutto merita essere spiato, interpretato, raccontatato. Non disdegnando, alla bisogna, la costruzione dell’immagine stessa e la messa in posa dei modelli/protagonisti (è tecnicamente impossibile che alcune immagini non siano state “costruite”, soprattutto se si tiene conto che l’utilizzo della Rolley richiedeva tempi più lunghi di quanto non  sarà necessario quando la fotografa arriverà ad usare le reflex).

Una conclusione che non inficia minimamente, anzi, l’importanza di una autrice che, da sconosciuta, si è rivelata essere una delle voci davvero importanti della fotografia del suo tempo e non solo.

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