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Nell’assordante vuotità di dilagante oscurantismo intellettuale, Carlo Rovelli offre una sua, intelligente, osservazione.

A una data domanda, la Scienza dà una o più risposte. Sarà poi compito dello scienziato formularle in maniera intellegibile al pubblico incolto.

Al tempo del Covid, però, non può essere questa la risposta all’insanabile dicotomia economia/salute. Non può esserla perché ogni uomo o donna di scienze rimane pur sempre un essere umano con le proprie convinzioni, le proprie idiosincrasie, la propria storia. Accadimento personali diversi che porteranno inevitabilmente a privilegiare l’uno o l’altro degli eterni contendenti.

Toccherà quindi alla politica trovare tempi e modi di coniugare una risposta che dovrebbe, DEVE, necessariamente por fine al risibile balletto dei tanti, troppi, pseudo scienziati cui ormai sembra demandata la res publica.

Detto questo, che mi sembrava doveroso sottolineare, torniamo a parlare di libri.

L’aver cominciata questa riflessione citando Carlo Rovelli è doveroso non fosse altro per la curiosa coincidenza che vede apparire in libreria praticamente in contemporanea due, diversissimi, testi dedicati ad un argomento abbastanza ostico che, di sicuro, non riscuote un interesse precipuo da parte del pubblico: la fisica quantistica.

Maggiore è dunque il merito e la lungimiranza, direi la felice follia, delle due case editrici nell’aver editato “Ucciderò il gatto di Schrödinger” di Gabriella Greison (Mondadori) ed “Helgoland” di, appunto Carlo Rovelli (Adelphi).

Naturalmente, forse non così naturalmente, l’approccio dei due è assai dissimile.

Se per la Greison, infatti, “…la fisica quantistica racconti perfettamente l’inquietudine, l’irrequietezza … la fisica quantistica non è ancora finita, per ora la teoria che la racconta è provvisoria, esattamente come la vita di una persona («Quando capisci che tutto è basato sulla probabilità e non su Newton, il mondo ti si sfalda in mano. E io l’ho appena capito. Ho 28 anni, ma non so che farmene. Sono confusa e arrabbiata. Le mie giornate sono uno strazio. Mi sveglio, mi lavo, mi vesto. Indosso sempre la stessa cosa. Giubbetto giallo, pantaloni gialli, entrambi con una lunga banda laterale nera. È la tuta di Kill Bill . Ne ho diversi tipi, estate o inverno non fa differenza. Mi vesto così, punto. Non so lottare, sia chiaro. Nella vita, intendo. Mi vesto così quando vado a fare la spesa, quando vado a prendere un tè, quando ho un incontro di lavoro, quando vado a correre. Sì, corro, faccio jogging. Nei cimiteri. È l’unico posto che mi fa sentire viva. Parlo con i morti, e loro mi rispondono»…”) l’approccio di Rovelli è più documentaristico/filosofico/storico (la teoria dei quanti si è rivelata sempre più gremita di idee sconcertanti e inquietanti, fantasmatiche onde di probabilità, oggetti lontani che sembrano magicamente connessi fra loro, ecc., ma al tempo stesso capace di innumerevoli conferme sperimentali, che hanno portato a ogni sorta di applicazioni tecnologiche).

Una lettura altra ma anche alta, dunque, che non può non spingere il lettore avvertito, ma anche quello meno smaliziato ne son certo, ad esplorare, in una prospettiva stupefacente, questioni fondamentali ancora irrisolte, dalla costituzione della natura a quella di noi stessi, che della natura siamo parte.

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